Giusto alla vigilia di Ferragosto Maersk ha annunciato di aver concluso la fase beta della propria blockchain, aperta a un centinaio di istituzioni, dogane, porti e imprese comprese. Il progetto pilota del colosso danese del trasporto può dimostrare ora davvero come la tecnologia del registro pubblico distribuito che è alla base del Bitcoin potrà trasformare il modo di operare delle imprese.

Il progetto TradeLens, attuato da Maersk insieme a Ibm, mette insieme una ventina di operatori portuali, tra cui snodi globali come Rotterdam, Amburgo, Singapore, una mezza dozzina di dogane, operatori cargo e di logistica, in uno schema fatto di tre componenti. La blockchain stessa offre la completa tracciabilità di merci e container, accanto ad applicazioni, le cosiddette Api, che permettono ai singoli clienti di personalizzare il servizio a piacimento e a un sistema di condivisione di dati e documenti tra le varie parti. Con il risultato di rendere più efficiente, sicuro e conveniente l’intero sistema logistico globale, con ricadute evidenti sui sistemi industriali locali: lo sviluppo delle Api e l’evoluzione degli smart contract permetterà al sistema che integra porti, dogane e operatori di entrare direttamente nei sistemi di contabilizzazione delle aziende, abilitando pagamenti automatici al compimento delle singole fasi. Sicurezza, flessibilità, trasparenza, efficienza e scalabilità della blockchain fanno del progetto di Maersk un simbolo concreto del contributo che la “catena dei blocchi” può dare in termini di disintermediazione e trasferimento del valore. «Il modello industriale sotteso è una decentralizzazione del valore tra tutti i soggetti che partecipano alla filiera, modalità confacente a un sistema come quello italiano caratterizzato da una pluralità di Pmi», hanno scritto Marco Bentivogli e Massimo Chiriatti nel loro intervento di domenica sul Sole 24 Ore.

La blockchain «può essere utilizzata nelle filiere per aumentare la sicurezza e la riservatezza delle informazioni e per incrementare certezza e velocità riducendo frizioni e costi transazionali negli scambi tra le parti. Ciò a vantaggio della produttività e della competitività del sistema».

Che il sistema industriale ne stia valutando concretamente il potenziale lo dimostra il boom di progetti legati alla blockchain, balzati l’anno scorso del 73% a livello mondiale, ma ancora di più il balzo del 273% degli annunci da parte di aziende, destinati in gran parte a essere finalizzati. Come per esempio Facebook, che ha costituito un gruppo di lavoro apposito che procede a passi spediti. Nei primi cinque mesi dell’anno il venture capital globale ha investito in startup di blockchain 1,3 miliardi di dollari, superando già i 900 milioni del 2017.

Tra sperimentazioni e progetti, la blockchain rappresenta un’opportunità anche per l’Italia. Sia ha già messo a disposizione del sistema finanziario italiano la sua infrastruttura con un progetto che andrà live in autunno, avviato con AbiLab e Ntt Data, per la riconciliazione delle operazioni interbancarie. Ma il progetto SiaChain guarda oltre: la rete del gruppo italiano, fatta di 580 nodi in Europa, connessi da 170mila km di fibra ottica cui partecipano 500 gruppi che coprono tutte le maggiori banche continentali, è pronta a trasformarsi in blockchain, vale a dire in database connessi e condivisi a livello europeo tra i diversi attori, comprese imprese e Pubblica amministrazione, adatta per i principali mondi applicativi (R3 Corda, Hyperledger, Ethereum). L’infrastruttura si prepara a diventare anche la base di un sistema di pagamenti davvero peer-to-peer, in grado di abilitare lo scambio di denaro digitale tra clienti, senza dover ricorrere alla mediazione tra banche.

La finanza continua a farla da padrone. Come dimostrano, tra gli altri, il progetto Eternity Wall, in collaborazione con IntesaSanpaolo, per la notarizzazione certa dei dati delle transazioni finanziarie, e la piattaforma europea WeTrade, cui partecipa UniCredit, per l’abilitazione delle operazioni di trade finance. Ma la blockchain esce sempre più dall’ambito finanziario. Se n’è accorto il “made in Italy” che inizia ad apprezzarne il valore in termini di tutela della qualità. «In Italia siamo all’inizio della diffusione di soluzioni blockchain. A oggi si sono attivate maggiormente aziende interessate a temi di tracciabilità, banche, assicurazioni e utility. Tuttavia molte aziende, soprattutto di grandi dimensioni, si stanno avvicinando al tema e si domandano come sfruttare tale tecnologia», spiega Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Distributed ledger del Politecnico di Milano.

Barilla ha avviato il tracciamento del basilico da utilizzare nei sughi pronti e un altro prodotto iconico come il Bacio Perugina ha sposato la blockchain per mettersi al riparo dal rischio di contraffazioni. Il settore vitivinicolo studia la tecnologia: Gruppo Italiano Vini ha avviato un progetto di tracciabilità, EY Italia ha studiato una soluzione di Wine blockchain. La Torrefazione Caffè San Domenico fa sapere da dove vengono i chicchi. La grande distribuzione non sta a guardare: sull’onda di Walmart, in Italia Carrefour ha avviato una supply chain su blockchain, Coop lavora a una piattaforma simile. L’integrazione della tecnologia blockchain all’interno dell’Industria 4.0 offre prospettive ma ha bisogno di soluzioni scalabili e flessibili. «Le soluzioni blockchain – conclude Portale -devono essere integrate ad altre soluzioni già esistenti. È necessario diffondere corretta conoscenza di queste tecnologie e capire se possono essere di aiuto. È possibile che prima partiranno aziende di maggior dimensioni che hanno già compreso l’importanza delle tecnologie dello smart manufacturing». Ma i tempi stanno maturando per tutti.

Giusto alla vigilia di Ferragosto Maersk ha annunciato di aver concluso la fase beta della propria blockchain, aperta a un centinaio di istituzioni, dogane, porti e imprese comprese. Il progetto pilota del colosso danese del trasporto può dimostrare ora davvero come la tecnologia del registro pubblico distribuito che è alla base del Bitcoin potrà trasformare il modo di operare delle imprese.

Il progetto TradeLens, attuato da Maersk insieme a Ibm, mette insieme una ventina di operatori portuali, tra cui snodi globali come Rotterdam, Amburgo, Singapore, una mezza dozzina di dogane, operatori cargo e di logistica, in uno schema fatto di tre componenti. La blockchain stessa offre la completa tracciabilità di merci e container, accanto ad applicazioni, le cosiddette Api, che permettono ai singoli clienti di personalizzare il servizio a piacimento e a un sistema di condivisione di dati e documenti tra le varie parti. Con il risultato di rendere più efficiente, sicuro e conveniente l’intero sistema logistico globale, con ricadute evidenti sui sistemi industriali locali: lo sviluppo delle Api e l’evoluzione degli smart contract permetterà al sistema che integra porti, dogane e operatori di entrare direttamente nei sistemi di contabilizzazione delle aziende, abilitando pagamenti automatici al compimento delle singole fasi. Sicurezza, flessibilità, trasparenza, efficienza e scalabilità della blockchain fanno del progetto di Maersk un simbolo concreto del contributo che la “catena dei blocchi” può dare in termini di disintermediazione e trasferimento del valore. «Il modello industriale sotteso è una decentralizzazione del valore tra tutti i soggetti che partecipano alla filiera, modalità confacente a un sistema come quello italiano caratterizzato da una pluralità di Pmi», hanno scritto Marco Bentivogli e Massimo Chiriatti nel loro intervento di domenica sul Sole 24 Ore.

La blockchain «può essere utilizzata nelle filiere per aumentare la sicurezza e la riservatezza delle informazioni e per incrementare certezza e velocità riducendo frizioni e costi transazionali negli scambi tra le parti. Ciò a vantaggio della produttività e della competitività del sistema».

Che il sistema industriale ne stia valutando concretamente il potenziale lo dimostra il boom di progetti legati alla blockchain, balzati l’anno scorso del 73% a livello mondiale, ma ancora di più il balzo del 273% degli annunci da parte di aziende, destinati in gran parte a essere finalizzati. Come per esempio Facebook, che ha costituito un gruppo di lavoro apposito che procede a passi spediti. Nei primi cinque mesi dell’anno il venture capital globale ha investito in startup di blockchain 1,3 miliardi di dollari, superando già i 900 milioni del 2017.

Tra sperimentazioni e progetti, la blockchain rappresenta un’opportunità anche per l’Italia. Sia ha già messo a disposizione del sistema finanziario italiano la sua infrastruttura con un progetto che andrà live in autunno, avviato con AbiLab e Ntt Data, per la riconciliazione delle operazioni interbancarie. Ma il progetto SiaChain guarda oltre: la rete del gruppo italiano, fatta di 580 nodi in Europa, connessi da 170mila km di fibra ottica cui partecipano 500 gruppi che coprono tutte le maggiori banche continentali, è pronta a trasformarsi in blockchain, vale a dire in database connessi e condivisi a livello europeo tra i diversi attori, comprese imprese e Pubblica amministrazione, adatta per i principali mondi applicativi (R3 Corda, Hyperledger, Ethereum). L’infrastruttura si prepara a diventare anche la base di un sistema di pagamenti davvero peer-to-peer, in grado di abilitare lo scambio di denaro digitale tra clienti, senza dover ricorrere alla mediazione tra banche.

La finanza continua a farla da padrone. Come dimostrano, tra gli altri, il progetto Eternity Wall, in collaborazione con IntesaSanpaolo, per la notarizzazione certa dei dati delle transazioni finanziarie, e la piattaforma europea WeTrade, cui partecipa UniCredit, per l’abilitazione delle operazioni di trade finance. Ma la blockchain esce sempre più dall’ambito finanziario. Se n’è accorto il “made in Italy” che inizia ad apprezzarne il valore in termini di tutela della qualità. «In Italia siamo all’inizio della diffusione di soluzioni blockchain. A oggi si sono attivate maggiormente aziende interessate a temi di tracciabilità, banche, assicurazioni e utility. Tuttavia molte aziende, soprattutto di grandi dimensioni, si stanno avvicinando al tema e si domandano come sfruttare tale tecnologia», spiega Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Distributed ledger del Politecnico di Milano.

Barilla ha avviato il tracciamento del basilico da utilizzare nei sughi pronti e un altro prodotto iconico come il Bacio Perugina ha sposato la blockchain per mettersi al riparo dal rischio di contraffazioni. Il settore vitivinicolo studia la tecnologia: Gruppo Italiano Vini ha avviato un progetto di tracciabilità, EY Italia ha studiato una soluzione di Wine blockchain. La Torrefazione Caffè San Domenico fa sapere da dove vengono i chicchi. La grande distribuzione non sta a guardare: sull’onda di Walmart, in Italia Carrefour ha avviato una supply chain su blockchain, Coop lavora a una piattaforma simile. L’integrazione della tecnologia blockchain all’interno dell’Industria 4.0 offre prospettive ma ha bisogno di soluzioni scalabili e flessibili. «Le soluzioni blockchain – conclude Portale -devono essere integrate ad altre soluzioni già esistenti. È necessario diffondere corretta conoscenza di queste tecnologie e capire se possono essere di aiuto. È possibile che prima partiranno aziende di maggior dimensioni che hanno già compreso l’importanza delle tecnologie dello smart manufacturing». Ma i tempi stanno maturando per tutti.