Né pubblici né privati, ma comuni. La tripartizione dei beni, proposta otto anni fa dalla Commissione Rodotà nel disegno di legge per la modifica del Libro III del Codice Civile, pur non essendo mai approdata alla discussione parlamentare, è uno dei punti di partenza giuridici più forti dell’attuale discussione sul benicomunismo.

Senza tornare al capo Sioux (“Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole, com’è che voi potete acquistarli?”) e semplificando allo stremo, la domanda che ci si pone è: di chi sono l’aria, l’acqua, le risorse naturali, i beni culturali? Di uno o pochi (quindi privati), dello Stato (pubblici) o di ciascuno (comuni)?

La commissione ha definito come comune un bene “funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali della persona”: una definizione a vario titolo ripresa dai diversi regolamenti comunali sulla cogestione di questi beni. Tra le città che stanno sperimentando queste opzioni per “interventi di cura e rigenerazione” attraverso delle forme di “patto” tra ente e cittadino (o associazioni) vi è, dal novembre 2014, Chieri, in provincia di Torino, il cui vicesindaco, Ugo Mattei, è professore di diritto comparato all’università della California ed uno dei più attivi studiosi del benicomunismo. «I beni comuni hanno natura di tipo costituente e aiutano a superare le istituzioni moderne di tipo estrattivo» spiega «cioè che incentivano comportamenti sociali basati sull’estrazione delle risorse dal pianeta a sfavore delle generazioni future».

Il bersaglio contro cui si scaglia il benicomunismo è quindi doppio, e costituito da proprietà privata e sovranità pubblica, «che concentrano il potere causando forme di esclusione sempre più accentuate». Da qui la necessità di ripensare le istituzioni «oltre la trimestrale di cassa, con un’impronta ecologica e uno sforzo condiviso».

La sfida, per Mattei, è utilizzare gli strumenti del diritto privato per cogestire i commons: un punto del regolamento sono, ad esempio, i Community Land Trust, trasferimenti di proprietà vincolati al perseguimento permanente di scopi legati all’interesse della comunità di riferimento. Per esempio, «se affitto una casa ad una giovane coppia, quando questa andrà via , anche vent’anni dopo, dovrò affittarla ad un’altra giovane coppia con le stesse esigenze e senza speculare sul prezzo». Altri punti sono: le fondazioni aperte di scopo, che in modo partecipativo sono definite in modo da perseguire esplicitamente ciò per cui sono state fondate; le fondazioni di vicinato, con partecipazione limitata alle persone che vivono in prossimità del luogo da co-gestire. «È un regolamento che consente ai movimenti sociali che governano gli spazi, anche con occupazioni, di raggiungere un accordo con l’ente e proporsi come co-gestori» spiega ancora Mattei, tra i redattori dei quesiti referendari sull’acqua bene comune del giugno 2011.

Un’altra mossa è la proposta di interiorizzare nello statuto delle fondazioni quelle che oggi sono esternalità, come i costi sanitari e ambientali, così che influiscano nel processo decisionale e quindi sui rendimenti e le strategie.

Per Mattei la “lunga marcia” del benicomunismo non si è mai fermata: «la definizione della commissione Rodotà è stata ripresa dalla Corte di Cassazione nel febbraio del 2011 ed anche il movimento Podemos ne rilancia adesso diversi aspetti».

Al via dunque da ieri e fino al 12 il Festival Internazionale dei beni Comuni, una sorta di stati generali in cui sono chiamati a riflettere e confluire a Chieri tutti i teorici a vario titolo vicini alla tematica, da Gustavo Zagrebelsky a Salvatore Settis, da Gianni Vattimo allo stesso Rodotà, da Vandana Shiva a Michela Murgia, da Toni Negri a don Guasco. Dalla sinistra radicale al cattolicesimo sociale, sembrano essere tutti d’accordo. Ma il diavolo, si sa, è nei dettagli…