Una festa al mese, dal pomeriggio al calar del sole ed oltre. Un sabato lungo quasi un anno, quello del villaggio Snia di Cesano Maderno (Mb): da settembre 2013 a giugno 2014, infatti, il rituale dell’evento condiviso è stato il dispositivo per fare incontrare e raccontare i residenti vecchi e nuovi del quartiere. Un quartiere nato tra il ’21 e il ‘24 intorno all’omonima fabbrica, la Snia Viscosa, una delle più importanti aziende italiane nella produzione di rayon ed altre fibre artificiali. Un quartiere nato “a parte”, a un chilometro e mezzo circa dal centro, abituato alla sirena che scandiva le ore della giornata. Un quartiere che, dopo la chiusura dell’impianto nei primi anni duemila, fatica a ritrovare un’identità comune. «Abbiamo cercato di restituire le storie agli abitanti e al territorio» spiega Stefano Laffi, ricercatore sociale. Sua l’idea de “Il sabato del villaggio”, progetto di mediazione sociale e dialogo interculturale promosso dal comune e finanziato con il Fondo Europeo per l’Integrazione, con la direzione artistica di Matteo Balduzzi per l’agenzia di ricerca sociale Codici e realizzato in collaborazione con la cooperativa “Le Stelle”. «Oggi, dei 3500 residenti al villaggio, il 27% sono stranieri, una delle percentuali più alte di tutta la Lombardia» continua Laffi. «Queste persone provengono dai paesi più diversi, dal Pakistan al Marocco, dal Bangladesh alla Romania, dal Senegal all’Ecuador, e vivono il quartiere post-fabbrica senza conoscerne la storia». Viceversa, «chi è rimasto delle famiglie operaie tende a sentirsi spaesato, non si riconosce».

Proprio le foto di famiglia sono diventate uno dei fili conduttori della ricerca: «sette giovani, dopo essere stati formati in appositi laboratori, sono diventati “raccoglitori di storie”, entrando nelle case a raccogliere testimonianze e foto, racconti di viaggi, di vecchi e nuovi migranti». Fotografie che sono state incrociate con quelle dell’archivio Snia  (8000 lastre tra gli anni ’30 e ‘60) creando un doppio livello di narrazione: le foto d’archivio in gigantografia sulle facciate dei palazzi, quelle di famiglia “appese” ai fili in un mini-museo diffuso durante una delle feste.

L’obiettivo, spiega Laffi, «è stato ricostruire un immaginario condiviso e creare occasioni che fungessero da motore d’incontro per aiutare il quartiere a rinascere senza cancellare il passato». E il ritrovamento, dentro il magazzino della fabbrica, di circa 200 capi abbandonati negli scatoloni, è diventato lo spunto per una sfilata particolare, in cui 40 prototipi del periodo tra gli anni ’60 e ’80 appartenenti al campionario, sono stati indossati dalle nuove abitanti del villaggio Snia, l’8 marzo 2014 prima e a febbraio 2015 poi, in concomitanza della Milano Fashion Week.

Viaggio, fabbrica, villaggio: tre parole chiave su cui ruota il magazine pubblicato come report conclusivo della ricerca. Un magazine che Laffi definisce «un’immaginaria rivista di moda situata in un tempo che non esiste».  E il giorno dopo la festa? «In molti abitanti la pubblicazione ha riattivato l’orgoglio di sentirsi parte di una comunità, e specialmente le situazioni informali hanno funzionato in questo senso, combattendo la sfiducia reciproca» sottolinea il ricercatore. Ma  «un progetto del genere dovrà comprendere in futuro anche una presa in carico delle questioni di tipo materiale e quotidiano, questioni che comunque ritornano e si trasferiscono magari nel condominio, da sempre sede di conflitti». Altro dirti non vo’…