Realizzare e non imporre. Mantenere la tensione dell’utopia senza farla diventare violenza. Superare la concezione dell’architetto-demiurgo e insieme fare in modo che le competenze servano a qualcosa. «È stato, e continua ad essere, un costante processo di negoziazione» spiega Carlo Colloca, professore di Sociologia del Territorio dell’Università di Catania.

È passato un anno da quando Renzo Piano ha presentato il gruppo G124 (dall’ufficio a Palazzo Giustiniani, primo piano, stanza 24), formato da tre coppie di giovani architetti chiamati a lavorare sulla riqualificazione delle periferie grazie al suo stipendio da senatore a vita. Poco meno da quando Roberta Pastore e Roberto Cordia, selezionati e coordinati da Mario Cucinella, hanno deciso di studiare Librino, il quartiere più grande di Catania: 80.000 abitanti, della città giardino progettata da Kenzo Tange nel 1970 sono state costruite solo le case. Niente parchi, niente scuole superiori, la percezione, sottolinea Pastore, «che non ci sia nessuno per la strada, ma tanti occhi che ti puntano da dentro i recinti condominiali, senza spazi pubblici di condivisione».

«Gli abitanti sono stati illusi, e talvolta trasferiti (è il caso di una parte del quartiere di San Berillio, ndr), con l’immaginario di una città moderna che avrebbe dovuto corrispondere alle loro esigenze. Ciò non è successo per mille motivi» ricorda Corbia. «Anche per questo, quando siamo arrivati qui dopo i primi due mesi di analisi, a marzo 2014, abbiamo evitato di palesarci subito, presentandoci come dottorandi in sociologia e raccogliendo le impressioni del quartiere».

Un’osservazione partecipante che, nelle parole dei due giovani architetti, grazie al supporto dell’Università di Catania che ha fatto da bridge rispetto alle associazioni del territorio, ha permesso di ripartire da chi stava già riqualificando gli spazi pubblici dal basso.

Quindi dal centro “Iqbal Masih”, che a due passi da piazza Moncada dal 1995 si occupa  di recupero scolastico e che, dal 2006, ha messo in piedi l’Associazione dilettantistica sportiva rugby “I Briganti” per avvicinare i ragazzi allo sport togliendoli dalla strada. Dopo ripetuti tentativi di dialogo con l’amministrazione comunale per fare riaprire l’impianto sportivo di S. Teodoro (costruito per le Universiadi del 1997), “I Briganti” hanno deciso, nel 2012, di occuparlo. «Più che occuparlo, liberarlo dal degrado in cui versava» precisa Piero Mancuso, uno dei fondatori dell’Associazione. Un impianto che comprende due palestre (una adibita a Club House con la prima libreria del quartiere, la “Librineria”), gli spogliatoi, un campo da calcetto e, appunto, uno da rugby, sotto al quale sono stati lottizzati 30 orti sociali autogestiti con apposito regolamento.

A pochi metri dalla struttura, l’istituto comprensivo “Vitaliano Brancati, 800 alunni senza palestra. «L’idea del rammendo è semplice: c’è un impianto sportivo dove si svolgono delle attività che coinvolgono dei ragazzi e a pochi metri una scuola che non ha una palestra» afferma Corbia. «Abbiamo cercato di mettere in relazione, anche fisicamente, questi spazi prima separati ma che hanno delle esigenze complementari».

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Per capirle queste esigenze occorre però ascoltarle: «abbiamo fatto riunioni e workshop con i Briganti, gli ortolani, i bambini, gli studenti, con tutte le persone che vivono questi spazi, creando occasioni di confronto con l’amministrazione» ricorda Pastore. Cercando in tutti i modi di evitare la percezione del progetto calato dall’alto, modificandolo in relazione ai bisogni.

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«Quando a inizio estate l’amministrazione ci ha comunicato che l’unica opzione per avere un accesso alla struttura sarebbe stata asfaltare una strada non ne eravamo entusiasti» racconta Corbia. «Poi però abbiamo immaginato che questa striscia d’asfalto avrebbe potuto diventare una lavagna a cielo aperto, su cui progettare dei giochi di strada insieme ai bambini e a tutti coloro che avessero voluto dare una mano». Ne è nata una call e una tre giorni di occupazione creativa della scuola Brancati attraverso un workshop coordinato dal designer Giorgio Laboratore e realizzato in collaborazione con l’accademia Abadir e il patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Catania.

A settembre, Corbia e Pastore hanno presentato il progetto alla città, ed entro gennaio tutte le azioni previste dovrebbero essere effettuate. Nova ritornerà sul posto, ma nel frattempo è possibile seguire l’avanzamento delle attività sulla pagina Facebook del gruppo G124.

Il progetto G124 terminerà il 31 dicembre. Ma sono in molti a sperare che i riflettori accesi su Librino non si spengano. «Con gli architetti Corbia e Pastore avremmo pensato a un laboratorio di quartiere, cosicché si possa portare Catania a Librino» sottolinea Carlo Colloca. Un laboratorio «in cui l’università giochi un ruolo strategico: le varie facoltà hanno dei saperi che potrebbero essere portati a vantaggio dell’iniziativa per allargarla, mettendo a frutto, ad esempio, gli stage, e contribuendo a dialogare e immaginare un futuro condiviso non solo per il quartiere».  Un luogo di ricerca e sperimentazione, «la cui sede potrebbe essere la stessa scuola Brancati, che diventerebbe ancor di più un presidio istituzionale così da colpire l’immaginario dei ragazzi, far vedere che ci interessiamo alle loro esigenze». Si pensa a fondi provenienti dai Pon Metro per le città metropolitane o ai fondi Horizon 2020. Intanto, il comune di Catania qualche settimana fa ha pubblicato il bando per l’affidamento della zona degli orti e del campo sportivo di S. Teodoro. Piano piano…

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