Padri vulnerabili e madri nient’affatto «radiose». Nel secondo giorno di «Educa», il festival dell’educazione di Rovereto, i panni sporchi non si lavano in famiglia. I pensatori – a loro volta genitori – fanno coming out e picconano la facciata (culturale? Mediatica?) dei papà granitici e delle mamme zucchero e miele. Il «Desiderio e il conflitto», fili narrativi della manifestazione, si intrecciano tra anelati modelli irrealistici e la cruda realtà.

La fragilità è un ottimo punto da cui partire secondo Ivo Lizzola, pedagogo e autore di «La paternità oggi tra fragilità e testimonianza». Nel suo dialogo con la sociologa Francesca Gennai, Lizzola afferma che «i padri riconquistano autorevolezza quando sanno assumere la condizione di vulnerabilità che li attraversa». Per l’esperto, nell’«etica a cielo aperto» dei genitori di oggi, senza i ruoli rigidi che caratterizzavano le famiglie di una manciata di decenni fa, «ammettere di essere vulnerabili significa avere la consapevolezza di essere in fioritura continua. Ma significa sapere pure che c’è la possibilità di un ridimensionamento». Dopo una crisi, per Lizzola «la vera capacità è sapersi reinterpretare. Perché si può reggere anche il fallimento».

Dopo la caduta del mito del progresso continuo, il pedagogo fa l’amara constatazione che, a differenza delle generazioni precedenti «non possiamo assicurare la vita futura con beni stabili ai nostri figli». Al senso di colpa deve subentrare la dimensione del desiderio: «Il padre dev’essere un ponte verso il possibile. Una testimonianza della possibilità di non arrendevolezza». Bisogna ripartire dalle parole per fare questo, come sottolinea Gennai che dice: «Il desiderio nella nostra cultura è spesso associato alla carnalità, a una pulsione. Se un bambino dice “Voglio…” viene subito rimproverato dai genitori. Invece, bisogna rieducare noi stessi al desiderio». D’accordo anche Lizzola: «Bisogna accompagnare i figli alla non soddisfazione, a essere dis-adattati. Perché se ci adattiamo, andiamo per corti respiri». E, ancora: «È serissimo il desiderio, non è pacificante». La voglia di qualcosa può essere problematica, per questo il desiderio è accompagnato dalla capacità di attendere: «La pazienza è il lungo respiro della passione».

Una signora al termine dell’incontro «Madri al plurale» alza la mano e dice: «Perché state mettendo in discussione il ruolo materno? Io sono una mamma e una nonna felice. E’ come se nei vostri racconti non ci fosse l’entusiasmo della maternità». E invece era tutto il contrario quello che volevano affermare Arianna Papini, Barbara Poggio e l’attrice Manuela Fischietti. Con i loro interventi, semplicemente, hanno cercato di svelare l’inedito e scomodo volto della madre, non sempre al «top». Dalla ricerca del lavoro al coltivare le proprie passioni al tempo per se stessa e per il proprio compagno, Manuela Fischietti ha ironizzato sui consigli dei classici femminili che invitano le mamme perfette a un’inesistente e impossibile perfezione. Perché la perfezione non esiste, e Arianna Papini lo ha dimostrato anche «visivamente», toccando con delicatezza il tema dell’immaginario collettivo: «Nell’arte la madre è spesso dipinta accudita dal figlio con volto da adulto o con lo sguardo lontano, nel vuoto o sofferente». E oggi? «Ogni mamma è una storia a sé. Tutti, da parenti a educatori, dovrebbero considerare l’unicità del rapporto col figlio – dice l’illustratrice – e se serve aiuto, essere discreti e niente più». Come a dire. Essere madri è una scelta tosta, ed è inutile nascondersi dietro a un dito: è complesso. E poi, i sensi di colpa: «Il 75% degli italiani pensa che se le mamme lavorano i figli soffrono – ha spiegato Barbara Poggio – ed è il dato più alto in Europa. Bisogna far proprio un principio, ovvero che la realtà cambia, che non ci sono categorie predefinite e riconoscere il desiderio di essere altro e non in unico modo, scegliere come essere madre».

E quando un genitore perde il lavoro? Vivono anche questo conflitto i cassintegrati di cui parla lo psicologo e giornalista Massimo Cirri ne «Il tempo senza lavoro». Tra le storie degli ex dipendenti di una fabbrica di Milano emergono anche momenti di conflitto familiari perché ex impiegati, ex drogati di lavoro ed ex padri assenti si trovano a passare più tempo con i figli. Capita pure che questi ultimi si stufino di vederli sdraiati sul divano per dozzine di ore. Comincia così la sofferenza mentale, «i pensieri brutti» che nascono dal riconoscere a se stessi un valore solo in base al riconoscimento professionale. La discussione spinge a un interrogativo che interessa tutti: «Quanto conta quello che faccio di lavoro nel definire la mia identità?».

I due giorni di «Educa» si sono conclusi con il live show di «Un giorno da pecora». Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro hanno molto chiaro il loro ruolo nel festival: «Noi siamo l’esempio di come non dev’essere l’educazione».