Fra le 16 azioni che la Commissione Ue ha definito nell’ambito del piano strategico per la realizzazione del mercato unico digitale ce n’è una (la 14esima della lista) che recita così: “proporre un’iniziativa europea per il libero flusso dei dati, per promuoverne la libera circolazione nell’Unione europea”. Si parla di dati perché è convinzione dell’organismo comunitario, o per lo meno di chi a Bruxelles lavora sul fronte del digitale, che l’utilizzo ottimale, e quindi più efficiente, delle informazioni prodotte in formato elettronico possa aumentare la produttività delle aziende. Magari di pochi punti percentuali, ma di aumento si tratta e di questo incremento di competitività le aziende del Vecchio Continente hanno sicuramente bisogno.

 

La cosiddetta data economy, insomma, è un argomento che sta a cuore alla Ue, soprattutto in chiave cittadino/utente. Assicurare che i dati personali di ogni individuo siano adeguatamente protetti è il viatico per aumentare la fiducia dei consumatori nei servizi online e nelle piattaforme di e-commerce in modo particolare. Per questo la volontà di finalizzare il più velocemente possibile la riforma comunitaria sulle regole per la protezione dell’identità digitale di ogni singolo soggetto va considerata come un obiettivo reale della Commissione. Sul tavolo ci sono, ovviamente, altre questioni relative ai dati e ai Big Data: chi ne deve gestire i flussi, le modalità di conservazione e quelle di ri-uso. Il tema è caldo, e non da ieri, e presenta delle contraddizioni anche rilevanti. Se poco meno di un terzo delle aziende Ue di grandi dimensioni si considerano pronte per cavalcare il fenomeno Big Data, più del 50% asserisce di non esserlo, aprendo il fronte ai dubbi sull’effettiva capacità dell’Europa di scaricare efficacemente a terra le potenzialità di questa risorsa. Per quanto possa sembrare strano, non sono poi moltissime le imprese dell’Unione che fanno pieno uso delle nuove tecnologie, fra cui vi sono per l’appunto anche i Big Data, un business che cresce in valore del 40% all’anno.

La data economy che sta nascendo in pancia alla Ue è legata a filo doppio a un’altra voce tecnologica in forte crescita in tutti i settori dell’economia, vale a dire il cloud computing. Sempre più dati saranno conservati nella nuvola negli anni a venire, e per questo motivo a Bruxelles ritengono essenziale affrontare seriamente temi come il data storage e la proprietà dei dati.

 

Proprio la Commissione Ue, affiancata da diversi grossi nomi del panorama tecnologico internazionale, si è del resto impegnata ad investire 2,5 miliardi di euro in un progetto di partenariato pubblico-privato (il memorandum di intesa porta la firma di Neelie Kroes e Jan Sundelin, presidente della Big Data Value Association) per portare l’Europa in prima linea nella gestione dei dati provenienti da persone, sensori, dispositivi, macchine, reti e via dicendo. Per il progetto verranno stanziati oltre 500 milioni di euro pubblici (attingendo ai fondi del programma Horizon 2020) nell’arco temporale 2016-2020 mentre il budget messo a disposizione dai privati ammonta a circa il quadruplo. Il fine è quello di investire in ricerca e innovazione sui Big e gli open data in settori quali l’energia, la manifattura e la sanità, con l’intento di favorire lo sviluppo di servizi e soluzioni che spazieranno dalla medicina personalizzata alla logistica alimentare, dall’analisi predittiva alle diagnosi di lesioni cerebrali.

Anche in questo caso la parola magica è “ecosistema”. Un ecosistema che dovrebbe essere in grado di attivare circoli virtuosi tra chi gestisce grandi dataset, gli istituti di ricerca e le aziende-istituzioni cliente e di contribuire allo sviluppo della data economy anche sotto il profilo delle professioni, con circa 100mila nuovi posti di lavoro che potrebbero nascere in relazione al business dei grandi dati entro il 2020.

Ciò che si auspica l’organismo comunitario, in generale, è una maggiore consapevolezza del potenziale dei dati da parte delle imprese, che potrebbero elevare i loro livelli di produttività se la conoscenza di questo “asset” venisse assunto a cardine dei processi decisionali. Lo sprone sono i possibili impatti che l’adozione intelligente di questa risorsa digitale potrebbe generare, e quindi risparmi di diversi punti percentuali sui consumi energetici, una migliore assistenza sanitaria, macchinari industriali più efficienti e produttivi.

 

Lavorare sui big data è però anche una questione di privacy. L’intento della Commissione, in tal senso, è chiaro: alle infrastrutture, ai modelli e alle nuove soluzioni tecnologiche per operare sugli enormi dataset si affiancherà un piano normativo atto a garantire la riservatezza e la sicurezza delle informazioni personali di aziende ed individui. In tema di open data, invece, il sostegno Ue alle politiche “aperte” è funzionale alla riutilizzabilità del dato. L’Europa, in questa direzione, qualche passo l’ha fatto. Nel 2016 entrerà in vigore la norma sugli open data della Pa (i dati delle diverse amministrazioni pubbliche dei Paesi dell’Unione confluiranno nel portale europeo) e il processo di riforma in materia di privacy è in corso. Gli ostacoli da non sottovalutare sono, come quasi sempre, più di natura regolatoria che non legati ad aspetti puramente tecnologici. La licenza d’uso con cui autorizzare le imprese ad accedere agli open data pubblici è il nodo della questione mentre l’interoperabilità fra i dataset si può raggiungere attraverso uno standard comune e compatibile. Che, a dirla tutta, non è semplicissimo da definire. La data economy, insomma, è sicuramente un work in progress, e a maggior ragione lo è diventato dal momento in cui è stato ufficializzato il piano strategico per la creazione del mercato unico digitale.