Per i milioni di appassionati, l’uscita del primo teaser della quarta stagione di Stranger Things è già più che sufficiente per colmare quel classico vuoto che riempie i mesi di attesa prima di poter rivedere i propri beniamini. Parliamo di poco più di trenta secondi in cui, tolta la classica scritta rossa su sfondo nero accompagnata dall’inconfondibile traccia audio, per la verità si vede ben poco… fatta eccezione per un dettaglio che potrebbe fare tutta la differenza del mondo.
Una semplice scritta: “Non siamo più ad Hawkins”.
Già perché, per chi non lo sapesse (e se è così attenzione a quello che leggerete perché potrebbe esserci il rischio spoiler), la serie in questione vede lo svolgersi della trama proprio ad Hawkins, apparente cittadina tranquilla nel cuore dell’Indiana e nel bel mezzo degli anni Ottanta.
Diciamo che il termine “apparente” è quantomeno azzeccato non tanto perché di tranquillo, come lascia presagire il titolo, ci sarà ben poco, quanto perché la città in questione non esiste realmente, essendo di fatto un’invenzione dei due fratelli Duffer (Matt e Ross) autori della serie griffata Netflix.
Ma tolta la questione geografica, ci sono due cose che non si discutono nella maniera più assoluta: sapore retro e successo della serie.
Il gusto degli anni Ottanta, grazie anche ad una cittadina creata dal nulla e pronta per essere infarcita ad arte, è stato ricreato con una ricchezza di richiami culturali e commerciali che spaziano dall’abbigliamento (che per la cronaca sta generando sempre più collaborazioni con diversi brand del settore moda e streetwear) ai giochi di ruolo a cui tanto sono soliti dedicarsi i protagonisti della serie, nella fattispecie il padre per antonomasia di tutti i giochi di ruolo, vale a dire “Dungeons and Dragons” (a cui senza troppa sorpresa ha fatto seguito anche una versione ridotta e brandizzata Stranger Things).
Il fattore nostalgia strizza l’occhio a chi quel periodo l’ha vissuto veramente, ma contemporaneamente, la trama incentrata su un gruppo di ragazzini riesce a fare immedesimare anche i giovanissimi, coprendo così un target notevolmente allargato, per un successo che si protrae ormai da tre stagioni.

E siccome ad Infodata siamo soliti misurare con i numeri quello di cui scriviamo, come farci mancare qualche dato relativo a Stranger Things?
Nei grafici che seguono sono riportati la media voto degli utenti di IMDB e la durata dei singoli episodi, articolati nelle tre stagioni, e per i quali è possibile scoprire un breve riassunto al passaggio del mouse (o click da dispositivi mobile).
In aggiunta, per entrambi i valori, sono state aggiunte le medie calcolate relativamente alle singole stagioni.

Stando ai numeri che riflettono l’apprezzamento degli utenti di IMDB (Internet Movie Data Base), le vicende dei quattro compagni di scuola legate a doppio filo con una misteriosa ragazzina dai capelli rasati e dai poteri sovrannaturali, hanno cominciato da subito a riscuotere un successo strepitoso fissando l’asticella piuttosto in alto, come dimostra l’8,9 (su scala dieci) di media nella prima stagione da otto episodi in cui l’episodio con il gradimento “peggiore” si assesta sul valore di 8,5.
Nella seconda stagione invece, nonostante una media complessiva sempre ottima (8,6), si registra l’unico caso di presunto flop in concomitanza del settimo episodio che, pur strappano la sufficienza (6,1), ha fatto storcere il naso a più di una persona per via della trama che sembra un po’ estranea al resto della stagione. Nel dettaglio, Eleven (Undici nella versione italiana) si stacca momentaneamente dalla storia principale e fa una comparsata in una sorta di side-story che non aggiunge quasi nulla alla vicenda, riuscendo nell’improbabile impresa di far sperare che il capitolo in questione si chiuda il primo possibile.
Fortunatamente però, anche il finale della seconda stagione, un po’ come anche quelli della prima e della terza, ristabilisce il livello di eccellenza a cui gli spettatori sono abituati grazie a due episodi consecutivi rispettivamente da 9,3 e 9,4, per un totale di ben tre episodi al di sopra del nove (unico caso fino ad ora).
Ed a proposito di finali, per gli amanti della filmografia dell’epoca in cui si svolgono i fatti, nell’ultimo episodio – culmine della terza stagione con voto pari a 9,4 – c’è una chicca che, in appena due minuti di melodia, è in grado di far tornare bambino anche il più invecchiato (dentro, sia chiaro) degli adulti con un colpo di genio che ha piacevolmente spiazzato tutti per l’estemporaneità con la quale si presenta in uno dei momenti più concitati di tutta la storia.
Senza aggiungere null’altro per non rovinare la visione a chi si deve ancora avvicinare alla serie, restando prettamente sui numeri, c’è un ulteriore dettaglio degno di nota relativo alla lunghezza degli episodi.
Gli episodi della prima stagione hanno avuto una durata media di 49,5 minuti con un minimo di 41 minuti a cui fa da controparte il secondo episodio (a sorpresa non l’ultimo) con i suoi 55 minuti, mentre per le ultime due stagioni il valore medio è progressivamente cresciuto, passando da 51,6 fino ai 55,4 minuti.
In particolare, nell’ottavo episodio della terza stagione, i 77 minuti, oltre ad essere per distacco il valore più alto in assoluto (anche più dei 62 del finale della seconda stagione), corrispondono ad una differenza del 30% (in più) rispetto al secondo episodio nella medesima stagione; caso numericamente interessante specialmente se lo si raffronta con le differenze percentuali delle altre stagioni (1,8% nella prima e 6,8% nella seconda).

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