Nel 2019 ci sono stati 116mila italiani in meno rispetto all’anno precedente, con un calo che prosegue in maniera costante ormai da qualche tempo. La popolazione del nostro Paese arriva così a 60 milioni e 317mila persone, ci dicono le ultime stime  dell’Istat appena pubblicate, ovvero circa mezzo milione in meno rispetto al massimo storico raggiunto nel 2015.

 

La discesa è il risultato di diversi fattori come il basso numeri di figli – soprattutto da parte degli italiani “nativi”, mentre gli immigrati tendono ad averne di più – che non riesce a compensare il numero di decessi. Nel 2019 sono nati infatti 435mila bambine e bambini mentre sono morte 635mila persone: per ogni cento deceduti nascono oggi 67 bambini, mentre dieci anni fa ne nascevano 96. Questa differenza viene (in qualche misura) attenuata dal saldo fra espatri e arrivi dall’estero, dove troviamo 307mila iscrizioni all’anagrafe italiana e 146mila cancellazioni verso altre nazioni.

Come ricorda l’istituto di statistica, il calo della popolazione è particolarmente forte al Sud (-6,3 per mille abitanti) e un po’ meno al centro (-2,2 per mille), mentre al Nord troviamo invece una popolazione in aumento benché leggero (+1,4 per mille). Il valore medio nazionale si pone invece intorno a -1,9 abitanti ogni mille. Rispetto all’anno precedente risulta un maggior numero di italiani in particolare nelle province autonome di Bolzano (+5) e Trento (+3,6), con valori positivi anche in Lombardia (+3,4) ed Emilia-Romagna (+2,8). “Totalmente contrapposte le condizioni di sviluppo demografico nelle quali versano le singole regioni del mezzogiorno, la migliore delle quali – la Sardegna – viaggia nel 2019 a ritmi di variazione della popolazione pari al -5,3 per mille”. L’Istat definisce poi “particolarmente critica” la situazione di Molise e Basilicata che in un solo anno hanno perso circa l’1% delle rispettive popolazioni.

Un “saldo naturale” – a intendere la differenza fra nascite e morti – tanto negativo è il più basso mai registrato dal 1918. Questo da un lato dipende dal fatto che la vita media si sta allungando, e quindi ci sono molte più persone che arrivano in tarda età allargando la base dei decessi. Ma il numero forse più da tenere a mente è quello delle nascite, che appunto con 435mila bambini o bambine risulta il più basso mai registrato nella storia del nostro Paese.

In questo senso bisogna ricordare che oggi una nascita ogni cinque è arrivata da parte di una madre di origine straniera, le quali rispetto alle italiane sono più giovani e tendono ad avere un maggior numero di figli. Queste ultime infatti hanno avuto in media 1,22 figli, contro 1,89 delle donne non nate in Italia. Anche nel caso della fecondità il nord risulta avere valori più elevati del sud, con in particolare il caso del “triangolo Lombardia (1,36), Emilia-Romagna (1,35) e Veneto (1,32), che evoca una discreta correlazione tra intenzioni riproduttive e potenzialità garantite da un maggior sviluppo economico e sociale di tali regioni”.

Come anticipato, oltre al saldo naturale della popolazione per capire come mai essa cresce o cala bisogna considerare anche il numero di coloro che lasciano l’Italia per andare altrove o che, viceversa, arrivano dall’estero per trasferirsi qui. Rispetto ai due anni precedenti il numero di immigrati è in effetti in calo, tanto che ci sono stati “25mila ingressi in meno rispetto al 2018 e 34mila rispetto al 2017”. Allo stesso tempo tornano a crescere gli italiani che vanno a vivere in altre nazioni, i quali raggiungono un nuovo massimo almeno dal 1981 – primo anno per cui “sono disponibili statistiche omogenee sul fenomeno”.

Un po’ tutte le regioni, mostrano le stime del comunicato, hanno un saldo migratorio verso l’estero positivo, o in altre parole sono più che le persone che vi arrivano da fuori Italia che il contrario. Tuttavia questo succede con intensità molto diversa, e in effetti nord e centro risultano più attraenti (+3,1 e +2,9 per mille abitanti), mentre al sud il saldo si ferma a +1,1. Fra le diverse regioni, quella che presenta il saldo più positivo è l’Emilia-Romagna (+3,8), “che precede Toscana (3,7) e Lombardia (3,5), mentre appaiate per livelli minimi risultano Sicilia e Sardegna (0,6 per mille)”.

Oltre agli spostamenti verso l’estero ci sono poi naturalmente anche quelli interni: da una regione all’altra, da una provincia all’altra, da una città all’altra. Qui prosegue ormai da diverso tempo lo spopolamento del sud, da parte di persone dirette verso aree più economicamente sviluppate dell’Italia. Solo nel 2019, infatti, quest’area ha avuto un saldo negativo di 77mila persone che sono andate a vivere altrove, peraltro in aumento rispetto alle 73mila del 2018. Di questo tipo di spostamenti interni soffre in particolare Calabria (-5,8 per mille abitanti) o Basilicata, mentre chi si è spostato ha preferito aree come Lombardia, province di Trento (+3,9) o Bolzano, Emilia-Romagna.

Sommate tutte queste tendenze e ipotizzando i modi in cui esse potranno variare in futuro, è possibile costruire diversi scenari futuri per il nostro Paese. Quelli realizzati  sempre dall’Istat prevedono che nell’ipotesi ritenuta più probabile il calo della popolazione continuerà quanto meno per diversi decenni, e dovrebbe portare a un numero sensibilmente minore di italiani intorno al 2065, quando dovrebbero diventare un filo sotto i 54 milioni – circa sei milioni e mezzo in meno di oggi.

Lo scenario più negativo. Se invece il basso saldo naturale dovesse diventare più forte, e magari combinarsi con una riduzione nel numero di immigrati, lo scenario più negativo prevede invece un calo degli italiani molto più marcato che diventerebbero allora ben 14 milioni in meno nel 2065. D’altra parte è possibile che i fattori demografici virino in qualche modo nella direzione opposta, e nello scenario ritenuto più positivo sempre al 2065 ci sarebbe circa un milione di italiani in più. Entrambe questi ultimi scenari descritti restano comunque casi relativamente estremi, ritenuti certamente non impossibili ma quanto meno improbabili dato quel che sappiamo oggi.

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