Nell’enorme varietà di lauree disponibili, esistono comunque differenze non proprio piccolissime fra i risultati lavorativi in alcuni campi rispetto ad altri. Per tagliarla con l’accetta, in generale chi si laurea in materie scientifiche tende a trovare un posto più facilmente e a guadagnare di più rispetto a quelle umanistiche. Diverse classi di ingegneria, insieme a facoltà come medicina o informatica risultano nella parte alta del gruppo in entrambi gli aspetti.

Dall’altro troviamo lauree come psicologia, storia dell’arte, archeologia o giurisprudenza  portano a impieghi pagati pochissimo quando non entrambe le cose.

Alla regola generale esistono anche alcune eccezioni: per esempio una facoltà come scienze della comunicazione si è fatta nel tempo una brutta reputazione, ma guardando ai numeri e non agli stereotipi troviamo che chi l’ha studiata è arrivato a lavorare (in media) quanto il resto dei neo-laureati italiani e con uno stipendio simile. O, per confrontarla con un altro ambito assai diffuso, i risultati appaiono solo leggermente inferiori rispetto a chi ha studiato economia.

 

 

Per Legge la situazione non è il massimo oggi, ma quanto meno è migliorata rispetto al picco negativo cui era arrivata intorno al 2010. Per chi ha studiato Economia il quadro è relativamente stagnante, invece, dal punto di vista dello stipendio con però perdite di diversi punti nel tasso di occupazione. Quest’ultima dinamica è comune a molti campi: la troviamo anche in chi ha studiato comunicazione e persino nel caso dei medici – che però dalla loro hanno avuto una crescita niente male delle retribuzioni. Sia che per giurisprudenza che per medicina, nello specifico, si tratta di corsi di laurea ciclo unico e non del tradizionale tre anni più due della magistrale.

 

 

Fra le classi di laurea agli estremi le differenze di risultato sul lavoro non potrebbero essere più evidenti. Un ingegnere meccanico, per citare solo un caso, guadagna in media oltre 600 euro in più al mese rispetto a chi ha studiato psicologia. I giovani del primo gruppo, poi, lavorano praticamente tutti subito mentre quelli del secondo sono rimasti senza lavoro oltre una volta su cinque, persino tre anni dopo essersi laureati.

 

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