Sarebbe meglio rispondere 42 e chiudere così la questione con una citazione celeberrima della Guida galattica per autostoppisti. Ma volendo esercitarsi a rispondere a questa domanda esistenziale (più per la data-society che per altro) potremmo serenamente provare ad accostare qualche numero e un paio di ragionamenti. Partiamo dalle unità di misura. Ci sono i byte, i megabyte e i gigabyte. E tra smartphone, musica e film una idea per quanto generica di questi indicatori dovremmo avercela (sempre a patto di vivere nella parte fortunata del globo terrestre). Moltiplichiamo per mille e abbiamo le altre unità di misura.

 

Usando i rapporti sul traffico internet di Cisco e di altri operatori di rete possiamo stimare che l’intero universo digitale è grosso modo di 44 zettabytes. Se la stima è corretta vuole dire che abbiamo a disposizione in bytes 40 volte il numero di stelle osservabili nell’universo. Per quanto suggestivo il numero però è calcolato per difetto. Non nel senso quantitativo ma metodologico. Prendiamo in esame alcuni produttori di dati, tipo i social network. Ogni giorno vengono pubblicati 500 milioni di tweet. Vengono inviate 294 miliardi di mail. E quattro petabytes di dati sono creati solo da Facebook. Senza contare che su WhatsApp si stimano 65 miliardi di messaggi.

Selezionando queste fondi di produzione di dati nel 2025 si potrebbero stimare 463 exabytes di informazioni quotidiane. L’equivalente di 212765957 Dvd al giorno. Tutto molto suggestivo, naturalmente. L’errore è di metodo, anzi di aspettativa.Non stiamo sostostimando una generazione di taffico, stiamo sovrastimando alcuni indicatori come i social network e allo stesso tempo non conteggiamo tutto le informazioni che sono generate tra macchine. Non solo il machine-to-machine classico ma anche quello che verrà generato con le comunicazioni in 5G. Se tutto va come deve andare, nel giro di due anni una nuova internet si sovrapporrà a quella attuale. A differenza della prima queste reti mobili conterranno principalmente dati-non-umani. Ma in grado di gestire processi e conoscenze umane. Non c’è un conflitto di attribuzione tra dati generati da noi e dalle macchine. C’è solo un errore di calcolo. Come produttori di conoscenza non saremo più al centro dell’universo di dati. Non siamo più al centro, in senso lato, e forse già da ora.

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