L’effetto di crisi e stagnazioni economiche è ancora più brutale per le persone il cui salario non si può proprio calcolare, perché un lavoro o non ce l’hanno o lo perdono. Un altro motivo per cui la crescita (e dunque le politiche che la promuovono) sono fondamentali è che a esse si associa un lavoro che migliora – o che peggiora. In genere, quando aumenta il PIL sale anche la fetta di individui con un impiego, e viceversa.

 

Proprio in Italia, per citare un caso evidente, con la grande recessione del 2008 il Pil è calato di parecchi punti, e insieme è sparito circa un milione di posti di lavoro.

Per ragioni storiche, relative anche a come funziona il mercato del lavoro, il nostro era già da tempo un paese dove il numero di persone che non ha un impiego era elevatissimo, e decenni di bassa crescita certamente non hanno aiutato.

 

 

 

I problemi della crescita, dei salari e del lavoro non si distribuiscono sugli italiani in maniera uniforme. Al contrario, essi tendono a concentrarsi sulle categorie più deboli come i giovani, mentre gli anziani sono stati protetti dalla politica in tutte le forme.

Sono stati proprio i primi a essere licenziati, o non assunti affatto. Dal 2008 il lavoro degli under 35 è crollato, e anche di recente resta ancora lontanissimo dai valori (già non stellari) del passato, tanto che solo per dare un numero l’incidenza della povertà relativa è del 60% superiore fra le famiglie giovani che fra quelle di età più avanzata.

 

 

 
Articolo pubblicato a febbraio 2019

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