Un’analisi condotta da Greenpeace su dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) ha provato a fare due calcoli su quanto equipaggiamento medico sarebbe possibile acquistare al posto di alcune apparecchiature militari. I risultati, riassunti sul sito Statista, sono piuttosto interessanti.

Un sottomarino nucleare da attacco di classe Virginia della marina americana, mostrano, ha un costo di circa 2,8 miliardi di dollari, con cui si potrebbero invece acquistare 9mila ambulanze. Con la spesa per una fregata di classe  Bergamini, progettata insieme da Italia e Francia, si potrebbero pagare oltre 10mila dottori per un anno. I circa 89 milioni di dollari necessari per acquistare un caccia F-35 coprirebbero 3.200 posti letto in terapia intensiva, mentre un’ora di volo dell’aereo equivarrebbe al salario di un infermiere o infermiera per un anno. In maniera simile, un carro armato tedesco Leopard-2 è equivalente a 440 ventilatori meccanici, fondamentali per molti pazienti ricoverati in terapia intensiva a causa del COVID-19, mentre un singolo proiettile per il suo cannone da 120 millimetri costa quanto effettuare 90 tamponi.


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Questo confronto è particolarmente interessante per gli Stati Uniti, che secondo le stime SIPRI sono di gran lunga la nazione con la maggior spesa militare totale al mondo, e fra le principali per quanto riguarda la spesa militare in rapporto al proprio PIL.

Il caso dell’Italia però è differente, e nel nostro paese lo spazio per spostare risorse dalla difesa alla sanità appare ben ridotto. Questo perché a differenza degli Stati Uniti spendiamo così una quota relativamente piccola del nostro PIL: meno di Francia e Regno Unito e solo leggermente più di Spagna o Germania. In valori assoluti e tenendo in conto l’inflazione, troviamo che il massimo della spesa in difesa italiana era stato raggiunto a inizio anni 2000, intorno ai 35 miliardi di dollari. Con la recessione del 2009 essa è poi calata fino a 24 miliardi nel 2015 per poi risalire a 28 nel 2019.

A questo si aggiunge che una parte rilevante di queste risorse non finisce in apparecchiature belliche, ma nel personale impiegato. Secondo l’ultima legge di bilancio 2020 illustrata in un sito del gruppo Copernicani, per esempio, il totale delle risorse a disposizione del ministero della difesa ammonta a 23 miliardi di euro, di cui però ampia parte è costituita da spese per il personale. Al questo ministero fa poi riferimento anche l’arma dei Carabinieri, che ne assorbe un’altra quota importante di risorse. La combinazione di tutti questi fattori implica che la quantità di denaro che sarebbe possibile ricavare da questa voce sia piuttosto piccola.

Dal punto di vista della sanità, d’altra parte, certamente non si può dire che l’Italia sia fra le nazioni dove si spende di più – soprattutto considerato che abbiamo un numero elevato di anziani. Secondo Eurostat per ogni italiano nel 2018 lo Stato ha speso in media 2mila euro in sanità, valori ben minori rispetto a quelli inglesi, francesi o tedeschi anche considerate le rispettive differenze nel Pil pro capite.

E infatti anche guardando alla spesa sanitaria pubblica rispetto al Pil l’Italia ha valori inferiori rispetto ad altri paesi simili: il 6,8% del Pil nel 2018 contro una media europea del 7,1, il 7,2 in Germania, 7,5 nel Regno Unito e 8,1 in Francia. Se per esempio volessimo portare la spesa sanitaria al livello tedesco – dove tra l’altro l’età mediana è solo leggermente inferiore  all’Italia – essa dovrebbe aumentare di circa 7 miliardi di euro da 121 a 128 miliardi. Dovrebbe invece crescere di circa 15 miliardi dal livello attuale per arrivare a quello francese.

 Se non dalle spese per la difesa, da dove arriva allora la principale differenza nell’uso delle risorse pubbliche italiane rispetto agli altri? Analizzando i dati  dell’agenzia di statistica europea viene fuori che il singolo aspetto in cui l’Italia spende molto di più di tutti gli altri sono le pensioni.

In percentuale del PIL, lo stato spende circa tre punti in più rispetto alla media europea per le sole pensioni di vecchiaia, che nel 2018 sono valse in tutto 235 miliardi di euro. Se per ipotesi la spesa pensionistica fosse allo stesso livello della Germania – dove appunto l’età mediana è vicina alla nostra – avremmo un risparmio di circa 65 miliardi di euro l’anno: oltre la metà dell’intera spesa sanitaria complessiva.

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