Lo stato dell’economia rende ancora molti italiani insoddisfatti, ma le cose stanno migliorando. Lo mostrano le ultime rilevazioni condotto dal progetto European Social Survey, uno studio condotto da accademici di tutt’Europa a scadenza periodica, di cui sono stati appena resi noti i risultati relativi al 2018.

Riguardano, fra tante altre questioni, la percezione soggettiva di come sta andando l’economia in una ventina di Paesi del continente fra cui ovviamente l’Italia. Rispetto allo stato reale dell’economia, nel nostro caso come in altri, le opinioni delle persone cambiano con molta rapidità. Nelle tre rilevazioni più recenti, relative a 2012, 2016 e 2018, è calata molto la percentuale di italiani che si dice estremamente o molto insoddisfatta dello stato attuale dell’economia: erano quasi metà del totale dei nostri connazionali sei anni prima, per poi scendere a poco più del 20% appunto nel 2018.

Per la precisione, il questionario richiedeva di giudicare lo stato percepito dell’economia in una scala da zero (ovvero insoddisfazione estrema) e dieci (ovvero massimasoddisfazione). La metrica usata qui consiste nel sommare la percentuale di risposte da zero a due.

 

Un miglioramento nella percezione c’è dunque stato, ma bisogna considerare il contesto di partenza e quello di arrivo. Nel 2012 l’Italia era al punto più basso o quasi della peggiore recessione dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, con il PIL pro capite diminuito in media di oltre il 10% in una manciata di anni dopo la crisi del 2008. I numeri dello European Social Survey condotto allora indicano una situazione disastrosa: poco meno di un italiano ogni quattro si è detto convinto che l’economia peggio di così non sarebbe potuta andare. Da allora la fetta di persone che ha indicato il valore più basso è certamente calata – prima al 13% nel 2016, poi all’8 nel 2018 – ma a conti fatti si tratta ancora comunque di milioni e milioni di persone.

D’altra parte la percentuale di italiani che dichiarazione massima soddisfazione economica è rimasta esattamente identica lungo tutto questo periodo, intorno allo 0,3% di chi ha almeno 15 anni.   È possibile che si tratti sempre dello stesse persone, magari con qualche piccola variazione, ma in effetti in base almeno a una prima occhiata dai numeri non c’è modo di capirlo esattamente. Si tratta comunque  di un gruppo di circa 150mila individui, in linea di massima.

 

La percezione dell’economia non dipende soltanto da fattori “oggettivi” come i livelli di reddito o crescita. Certamente quest’ultima tende di solito a essere migliore nelle nazioni più ricche, ma nei dati dello European Social Survey risultano comunque alcune eccezioni notevoli. Anche solo restando ai numeri del 2018, per esempio, Francia e la stessa Italia risultano molto in alto e precedono Paesi ben più poveri come Slovenia o Polonia.

 

Pochi si sorprenderanno del basso numero di svizzeri che ritiene ci siano problemi, ma come mai tanti italiani e francesi? La risposta non è ovvia, né deve necessariamente esserci un motivo solo o una spiegazione comune alle due nazioni. Certamente per l’Italia è difficile pensare a un’altra ragione che alla stagnazione che ormai l’accompagna da almeno due decenni, tanto che dopo quanto è stato perso nella crisi del 2008 anche considerata la leggera ripresa dal 2014 in avanti il PIL per abitante resta comunque ai livelli di fine anni ‘90.

 

La Francia è senza dubbio cresciuta https://stats.oecd.org/index.aspx?queryid=60703 più in fretta dell’Italia – non era difficile –, ma non quanto altri come per esempio la Spagna. È possibile che il passo non sia stato abbastanza rapido per i suoi abitanti.

 

Un’altra ipotesi è che più che guardare ai livelli di reddito la ragione potrebbe stare nella disuguaglianza degli stessi. Un fattore che forse ha qualche ragion d’essere in Italia, che secondo alcune misure  come l’indice di Gini è fra i più disuguali fra le quattro principali nazioni dell’Unione Europea: certamente in maggior misura di Germania e Francia; un filo meno della Spagna. E tuttavia proprio la Francia la disuguaglianza dei redditi, considerate anche tasse e trasferimenti pubblici, è maggiore che in luoghi dove l’insoddisfazione economica appare meno pronunciata come Repubblica Ceca o Polonia – quindi forse questa è una strada che merita di essere indagata meglio per capire come stanno le cose.

L’ultima cosa da ricordare è che non tutti i livelli di insoddisfazione sono uguali fra loro. Nel 2018 esiste infatti un numero molto simile – sempre in percentuale della popolazione adulta totale – di italiani e francesi secondo cui l’economia è nella peggiore condizione possibile. Ma ci sono diversi francesi in più che hanno dato voti di maggiore intensità negativa, il che suggerisce che nel paese transalpino il problema è sia più diffuso che più profondo.

 

 

Nota metodologica: i dati e le informazioni usate per questo articolo sono liberamente disponibili (previa registrazione) su una piattaforma online http://nesstar.ess.nsd.uib.no/webview/ realizzata in collaborazione con lo European Social Survey. Sono state prese in considerazione le statistiche relative agli anni 2012, 2016 e 2018, in quanto le più recenti che includevano l’Italia. I numeri sono stati ottenuti ponendo una serie di domande su diversi temi a centinaia e più spesso migliaia di persone in ogni nazione, selezionate in modo da creare un campione rappresentativo della popolazione generale di quel Paese. Come suggerito dallo stesso European Social Survey e da alcuni esperti contattati durante la realizzazione di questa analisi, i dati grezzi sono stati pesati attraverso gli strumenti disponibili sul sito in modo da renderli più affidabili.

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