Lexdo.it è una startup italiana nata nel 2015 e specializzata in «affordable legal services online»: servizi legali offerti sul Web e abbordabili, nel senso che costano di meno rispetto a quelli della consulenza tradizionale. Gli utenti si connettono, compilano un questionario e si trovano per le mani un contratto realizzato in automatico, con prezzi inferiori anche ai 50 euro. L’azienda è riuscita ad aggiudicarsi poco più di 160mila euro in due anni. Fuori dalla Penisola, forse, le cose andrebbero diversamente. Le startup internazionali del cosiddetto regtech, l’insieme di tecnologie pensate per risolvere problemi di conformità normativa, stanno attirando round miliardari con modelli simili (o più elementari) di quello di Lexdo.it. Secondo uno studio di Cb Insights, una società di ricerca americana, gli investimenti dei venture capital sono arrivati a cumulare 5 miliardi di dollari in cinque anni, spalmati su 585 round di finanziamento. E pure il sottoinsieme del legal tech, le startup destinate ai soli studi legali, sta iniziando a «decollare» con una previsione di 306 milioni di dollari di raccolta entro il 2017. Zapproved, un’azienda informatica di Portland, è riuscita a incassare 96 milioni di dollari per un modello di business basato sull’offerta di servizi legali via cloud agli studi legali dei gruppi corporate. Druva, nata in California, ne ha messi sotto chiave più del doppio (198 milioni) con un software di protezione dei dati delle aziende. In Italia non si è ancora assistito a round della stessa portata, e la definizione legal tech compare a fatica fra le quasi 8mila startup registrate dal Ministero dello sviluppo economico nel suo report trimestrale. Oltre a Lexdo.it, la Penisola ha dato vita a esperimenti come quello dell’udinese LegalEye (un servizio che permette di validare le prove raccolte online contro i crimini commessi sul Web) o Netlexweb (che ha sviluppato un software di gestione via cloud degli studi di avvocati). Ha raggiunto una certa diffusione anche Luminance, una piattaforma di intelligenza artificiale per analisi documenti e classificazione clausole, che però è nata a Londra e di italiano ha solo la lingua della versione lanciata nella Penisola.
In ogni caso si parla di un giro d’affari miliardario per tecnologie che restano, nel loro complesso, abbastanza essenziali: software per automatizzare pratiche, sistemi che svolgono due diligence (verifica dei dati contabili) o piattaforme gestionali che non differiscono troppo da quelle già rodate per le aziende. Marco Bellezza e Antonia Verna sono, rispettivamente, partner e consulente a Portolano Cavallo, uno studio di Milano che ha sperimentato soluzioni di intelligenza artificiale per le sue attività. Spiegano che il fenomeno può sembrare limitato in Italia («Dove hanno successo soluzioni tecnologiche che svolgono compiti basilari»), ma non in altri paesi. Il paradosso del nostro mercato è che le tecnologie della regolamentazione sono frenate dall’assenza di un orientamento univoco delle autorità di vigilanza. Il settore è abbandonato in un limbo normativo dove non si capiscono limiti e prospettive di soluzioni che, spesso, toccano nel vivo tasti delicati come la redazione di un bilancio, l’analisi di cause e magari la risoluzione di controversie. All’estero, dove i confini giuridici sono definiti, software contabili e «avvocati robot» si sono invece già sviluppati e hanno fatto in tempo a maturare fra gli obiettivi appetibili per i venture capital. Soprattutto quando entra in gioco l’intelligenza artificiale, un segmento che vale da solo investimenti per 1 miliardo di dollari l’anno. In ambito normativo e giuridico, Bellezza e Verna spiegano che l’Ia potrebbe esplodere nell’ambito degli smart contract, i contratti automatici. «Sicuramente c’è il tema dell’intelligenza artificiale e di come possa sbrogliare una mole di contratti significativa – spiegano – Pensiamo solo all’ambito bancario». L’anno in corso potrebbe chiudersi con investimenti per 1,3 miliardi di dollari in un settore che sembra saturo di soluzioni e si rivolge a un mercato poco “scalabile”. «Il rischio bolla è in agguato, ma aspettiamo che le autorità dicano la loro anche in paesi come l’Italia – spiegano Bellezza e Verna – E allora i 5 miliardi raccolti in cinque anni potrebbero rivelarsi pochi».

Articolo sul Sole 24 Ore del 24 11 2017

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