Città, quartieri e case sono stati pensati finora per una struttura familiare più ampia come quella di qualche decennio fa: basta pensare a quanti fratelli o sorelle avevano per esempio i nostri nonni, e fare il confronto con oggi per farsi un’idea della differenza. Fra una famiglia composta da un singolo individuo a una ben numerosa cambia un po’ tutto: dalla forma dell’abitazione, alla struttura dei consumi, all’uso del tempo e così via.

Sappiamo poi che le famiglie composte da singoli individui sono più esposte al rischio di povertà, a causa tra l’altro dell’ovvia impossibilità di dividere alcune spese indispensabili come affitto o bollette. Da un punto di vista economico questo resta il problema principale da affrontare, unito alla mancanza di una rete di sicurezza fornita talvolta dalle altre persone che fanno parte della famiglia.

D’altra parte gli studi mostrano che esistono anche una serie di conseguenze quanto allo stato di salute fisica. Quando è stato chiesto alle persone di valutare come si sentono, in generale, il 14% di chi viveva da solo ha risposto “molto male” contro l’8% di chi viveva con altri. Si tratta comunque di differenze più piccole per chi ha meno di 50 anni, ma molto significative da quel punto in avanti. Per quanto possa essere un ostacolo per chi ha già difficoltà in questo senso, “ricerche precedenti suggeriscono comunque che vivere da soli non è per forza un fattore di rischio per chi è in buona salute e ha abbastanza connessioni sociali; potrebbe trattarsi di uno stile di vita positivo per molte persone e rifletterne l’indipendenza”.

Un altro grande tema delle famiglie composte da singoli individui riguarda il loro benessere psicologico soggettivo. Le misure che abbiamo a disposizione – che in sostanza consistono nel chiedere a loro stessi di valutarsi – indicano che in media chi vive da solo tende a essere meno felice e meno soddisfatto della propria vita. Per la precisione, in una scala da uno a dieci questo fattore è stato associato a una riduzione della soddisfazione per la propria vita di 0,28 punti, e di 0,53 per quanto riguarda la felicità dichiarata. Questo al netto di fattori esterni come età, reddito e stato di salute che potrebbero influenzare i risultati.

Alcune difficoltà di questo genere tendono a diventare più significative con l’avanzare dell’età. Fra i 18 e i 35 anni chi non vive con altri ritiene di sentirsi solo, socialmente incluso o con un livello di benessere psicologico in modo non così diverso da chi invece convive. Con il passare degli anni però la situazione si fa un po’ più seria e aumenta il divario di benessere fra gli uni e gli altri, in favore di chi non è solo. La sensazione di solitudine, in particolare, proprio in questo caso nel tempo sembra pesare di più sulle persone.

Già di suo l’Italia è uno dei Paesi dove gli individui dicono più di frequente di soffrire di una qualche forma di esclusione, e anche nel nostro caso gli studi disponibili confermano la differenza – in peggio – per chi vive da solo.

Cosa si può fare per queste persone, allora? Eurofound suggerisce alcuni interventi possibili, che d’altra parte sembrano essere sempre più spesso portati già avanti dai diversi governi. Alcuni per esempio, anche con l’aiuto di organizzazioni non governative, hanno creato programmi per ridurre il numero di anziani o disabili nelle case di riposo consentendo ad alcuni di loro di vivere da soli attraverso modifiche alle loro case, oppure attraverso strutture di coabitazione. Queste ultime sono soluzioni alternative “comparse in quasi tutte le nazioni europee nell’ultimo decennio”, dove le persone affittano piccole stanze dotate di un bagno proprio ma condividono con altri alcuni spazi comuni. Si tratta tuttavia di idee spesso pensate come soluzioni temporanee, mentre per programmi più a lungo termine possono crearsi problemi di sostenibilità e costi mentre resta ancora da capire come fare per affrontare il problema al meglio.

La prima puntata sul benessere delle famiglie la trovate qui. 

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