Stando ai dati di tre recenti rapporti sulla spesa sanitaria globale, è evidente che i Governi non stanno ancora mettendo la salute al centro delle priorità delle proprie politiche. Se in termini di Pil pro capite sembra che quasi tutti i paesi del mondo stiano “progredendo”, la maggior parte dei paesi a basso e a medio reddito non è ancora in grado di finanziare un pacchetto base di servizi sanitari. La spesa pubblica per la salute è in aumento dappertutto, ma rimane ancora troppo bassa in molti paesi per garantire una copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage – UHC).

La prima fonte è l’aggiornamento al 2016 del database pubblicato a dicembre 2018 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla spesa sanitaria globale, paese per paese. Nello stesso mese l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha pubblicato nuovi dati sull’assistenza ufficiale allo sviluppo per la salute , che sono ora disponibili fino al 2017. Nel gennaio 2019, il Policy Cure Research ha invece pubblicato il suo ultimo sondaggio  che ha monitorato la spesa globale per lo sviluppo di prodotti per malattie trascurate fino al 2017.
Queste tre fonti di dati ci permettono di esaminare le tendenze nei finanziamenti nazionali per valutare se nel complesso siamo sulla buona strada per mobilitare i finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi sanitari stabiliti nel terzo obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 3) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che si fonda sul raggiungimento della una copertura sanitaria universale.

La Commissione promossa dalla rivista The Lancet  sugli investimenti sanitari rilevava che i costi annuali di un “pacchetto essenziale” di 218 interventi per raggiungere la copertura sanitaria universale sarebbero di circa 100 dollari (78 sterline, 90 euro) a testa, mentre un pacchetto ridotto all’osso di 108 interventi garantiti costerebbe 50 dollari a persona (38 sterline, 45 euro).

Come si diceva, la spesa pubblica per la salute è cresciuta un po’ dappertutto, ma non basta. Nei paesi a reddito medio-alto, la spesa pro capite è quasi raddoppiata in termini reali tra il 2000 e il 2016, passando da 130 dollari a 270 a persona, mentre nei paesi a reddito medio-basso si è passati da 30 a 58 dollari pro capite. Solo 9 dei 49 paesi classificati dalla Banca Mondiale a reddito medio-bassi nel 2016 possono garantire un pacchetto essenziale di interventi (quello che costerebbe 100 dollari a persona) e solo 16 il pacchetto base (50 dollari a persona). In altre parole, la metà dei paesi a medio-basso reddito non forniscono ai propri cittadini nemmeno i servizi fondamentali. Stiamo parlando di temi come l’accesso a servizi di salute materno infantile, ai vaccini, ai farmaci salvavita per le persone diabetiche o con HIV. In questi paesi infatti la spesa sanitaria pubblica come percentuale della spesa generale è cresciuta di poco in termini reali: dal 7,6% del 2000 all’8,3% del 2016.

Nei paesi a basso reddito le cose vanno decisamente peggio. La spesa sanitaria è diminuita in percentuale della spesa pubblica, dal 7,9% del 2000 al 6,8% del 2016, ma è ancora troppo bassa. In termini di spesa corrente, in 20 anni i 12 paesi oggi con la più bassa spesa sanitaria per persona del mondo hanno speso una decina di dollari in più a cittadino (dati WHO). Nessuno di questi paesi può permettersi il pacchetto base di interventi.
Ci sono le donazioni, è vero, ma non rappresentano una strategia di crescita integrata al sistema, semmai una toppa. E in ogni caso non bastano neppure quelle. Aggiungendo questi finanziamenti al computo complessivo della spesa sanitaria, i paesi a basso reddito avrebbero speso solo 19 dollari pro capite nel 2016, contro i 270 dollari dei paesi ad alto reddito. OCSE mostra che nel 2017 le donazioni hanno raggiunto quota 26,4 miliardi di dollari e la Fondazione Bill e Melinda Gates da sola, il più grande finanziatore privato, ha stanziato 2,5 miliardi di dollari in aiuti sanitari.

Questi numeri – concludono Sebastian Martinez, Marco Schäferhoff, Osondu Ogbuoji, e Gavin Yamey in un editoriale apparso su BMJ, sono un duro promemoria degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento del terzo Obiettivo di Sostenibilità.

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