Fra tutti i problemi di cui soffre l’Italia, nessuno viene sentito di più dalle persone come l’economia. Ogni volta che vengono effettuati studi  in questo senso, tantissime persone citano difficoltà di arrivare a fine mese o il lavoro come grandi questioni da affrontare, e certamente non si tratta di una questione di percezione ma di un problema vero e quotidiano.

 

Secondo gli ultimi numeri dell’OCSE, infatti, il reddito netto disponibile degli italiani – dunque escluse tasse e contributi – non è ancora tornato affatto ai livelli pre-crisi, e anzi pur con la crescita degli ultimi tempi resta ancora oggi al livello di vent’anni fa circa. Questi dati, naturalmente, includono anche il peso dell’inflazione e dunque considerano in che misura l’aumento del costo della vita ha inciso sui prezzi di beni e servizi.

 

Guardare al reddito netto invece che a misure più comuni come il Pil rende meglio l’idea di come stanno le tasche delle famiglie, perché considera anche – fra le altre cose – quanto viene prelevato dallo stato sotto forma di imposte e contributi.

 

Mettendo i numeri in prospettiva storica, si vede anche come quella del 2008 sia stata di gran lunga la peggiore crisi economica per l’Italia da molto tempo a questa parte. Era almeno dall’avvento della seconda guerra mondiale che i redditi non subivano un colpo del genere: né la ferita era stata tanto profonda e la ripresa tanto lenta durante la crisi petrolifera degli anni ‘70 o nelle altre recessioni che l’hanno seguita – almeno fino ai giorni nostri.

 

 

Nel contesto europeo i problemi specifici dell’Italia risaltano ancora in misura maggiore. Fra i grandi, il nostro è l’unico paese dove il reddito medio disponibile non è ancora neppure tornato ai livelli pre-crisi: in Spagna è appena leggermente superiore, in Francia di più e in Germania molto di più.

 

La media dell’UE a 28 nazioni appare come una linea che dal 2008 procede tutto sommato verso l’alto, e questo vale sia per tanti paesi dell’area euro che per altri in cui viene ancora conservata la valuta locale – fatto che rende la nostra posizione abbastanza unica, nel continente, e ci espone a rischi maggiori ora che l’espansione globale sembra rallentare se non addirittura fermarsi del tutto.

 

Nel complesso, le nazioni dell’unione hanno approfittato degli ultimi anni di crescita per far scendere il debito pubblico di qualche punto, pur senza riportarlo ai livelli pre-2008. In Germania per esempio esso è calato di 17 punti di PIL dal 2010, accompagnato da un reddito medio appunto in forte crescita.

 

L’Italia è non solo – Grecia a parte – la nazione con il debito già più elevato, ma anche quella dove esso è sceso meno.  Dopo il picco del 2014, quando aveva toccato il 131,8% del Pil, il debito è sceso di appena 0,6 punti totali in tre anni sotto gli ultimi governi di centro-sinistra. Questo però non sembra averci fatto crescere più degli altri, né in termini di Pil né in termini di reddito disponibile per famiglie e individui.

Anche la Spagna negli ultimi anni sta, pur lentamente, consolidando le proprie finanze e riducendo il debito pubblico, ma questo non pare averle affatto impedito di avanzare a ritmi fra i più rapidi del continente.

Questo non vuol dire, naturalmente, che ridurre il debito di per sé faccia crescere, ma che farlo non impedisce di fare passi avanti se coniugato con le riforme necessarie.

 

 

Oltre che con le nazioni già sviluppate, un confronto interessante è quello con i paesi dell’est Europa. Si tratta di aree dove le persone sono ancora – sempre in media – più povere che da noi, ma la distanza si sta colmando rapidamente. Sono ormai già diverse, per esempio, le regioni in Repubblica Ceca o Polonia dove le persone hanno un tenore di vita tutto sommato simile a quello del meridione italiano.

 

Caso a parte è la Grecia, unica nazione dove la caduta del reddito netto è stata maggiore – e molto – rispetto all’Italia. Soltanto negli ultimissimi anni la tendenza sembra essersi invertita, ma per tornare ai livelli di un tempo la strada resta ancora lunghissima.

 

 

Né il mondo si esaurisce all’Europa, in effetti. Spostandoci ancora più verso est possiamo paragonare il reddito disponibile degli italiani, e le sue evoluzioni, per esempio a quello dei russi. Quest’ultimo è tutto sommato simile a quello di molti altri paesi dell’Est, e per citare solo un caso molto vicino a quello greco di oggi. Negli ultimi anni anch’esso è andato tutt’altro che bene, e in effetti appare in calo ormai da qualche tempo.

Direzione opposta ha avuto il reddito dei coreani, che partivano dai livelli bassissimi degli anni ‘70 – meno di un terzo degli italiani – ma da allora non si sono praticamente mai fermati tanto, proprio di recente, da superarci in questa misura.

 

 

Come previsto dagli standard  statistici internazionali, numeri di questo genere includono anche stime – nei limiti del possibile – dell’economia in nero e di alcune attività illegali. Questo dovrebbe aiutare a rendere più accurato il confronto dei dati fra nazioni diverse.

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