L’ultima nota di Istat, relativa al 2017 e pubblicata a ottobre 2019 mostra che nel complesso nel nostro paese il settore non profit continua a espandersi con tassi di crescita medi annui superiori a quelli che si rilevano per le imprese orientate al mercato, in termini sia di numero di imprese sia di numero di dipendenti, e il 70% di loro è donna. Ma possiamo dire che il no profit sia il paradiso del lavoro per le donne? Non proprio.

Il panorama

Nel 2017, le istituzioni non profit attive in Italia sono 350.492 – il 2,1% in più rispetto al 2016 – e impiegano 844.775 dipendenti, +3,9% in un solo anno. L’85% è in forma di associazione, il 4,5% sono cooperative sociali, mentre il 2,1% sono fondazioni. Le associazioni, pur essendo la maggioranza,  assorbono un quarto dei dipendenti totali del settore, segno che si tratta di realtà prevalentemente di piccole dimensioni. Al contrario, le cooperative sociali sono poche, ma rappresentano la metà dei dipendenti.  Le regioni più dinamiche in termini di nuove realtà sono Campania (+7,2%), Molise (+6,6%), Provincia autonoma di Bolzano (+4,2%), Calabria (+3,3%) e Lazio (+3,1%). Nonostante il numero di istituzioni sia cresciuto di più al Sud, il meridione ospita solo il 26,7% delle attività no profit.

Dove ci sono più lavoratori?

Il numero di realtà però non è un indicatore di crescita complessiva. Lo è di più capire se è aumentato il numero di persone che lavora in questo settore e con che contratto. Per quanto riguarda il numero di dipendenti, la crescita maggiore si registra al Centro e nel Nord-est, e nel complesso oltre il 57% di chi è impiegato nel no profit lavora al nord. Rispetto al 2016, sono aumentati maggiormente i dipendenti al Centro (+5,3%) e nel Nord-est (+5,0%) mentre mostrano una lieve flessione nelle Isole (-1,2%). Le regioni maggiormente interessate dalla crescita degli occupati sono la Provincia autonoma di Bolzano (+11,8%), il Molise (+9,3%) e la Toscana (+8,2%). Cala il numero di occupati nel no profit in  Basilicata, con addirittura una diminuzione del 12%, Sicilia (-2,0%) e in Umbria (-0,2%).

Ma di che tipo di lavoro si parla? A ben vedere l’85% delle istituzioni non profit opera senza dipendenti, anche se nei settori dell’istruzione e ricerca e dello sviluppo economico e coesione sociale le percentuali si attestano rispettivamente al 41,6% e al 26,8%.

Lavoro o lavoro povero?

Si diceva che il 70% dei dipendenti nel settore del no profit sono donne. Apparentemente è una buona notizia, eppure se è vero da una parte che le donne sono in alcune aree addirittura tre quarti dei dipendenti, specie nelle regioni del Nord, e sebbene i dipendenti delle istituzioni non profit abbiano prevalentemente un contratto a tempo indeterminato (79,6%), la metà degli impiegati (uomini e donne) lavora part time, con percentuali molto più elevate al Sud (64,3%) e nelle Isole (63,5%). Il 67% di chi lavora nelle cooperative sociali ha un contratto part time, così come il 44% di chi lavora nelle associazioni e il 27% di chi lavora nelle fondazioni. La quota di donne è intorno all’80% nei settori dell’istruzione e ricerca e dell’assistenza sociale e protezione civile mentre è significativamente più bassa in quelli dell’ambiente (49,8%) e dello sviluppo economico e coesione sociale (49,9%). Inoltre, i dipendenti delle istituzioni non profit nel complesso presentano livelli d’istruzione superiori alla media nazionale. I laureati sono il 31,9% (il 28% nelle isole) e i diplomati di scuola secondaria superiore il 33,5% mentre il 2,2% ha al più un attestato di scuola primaria e il 21,8% un diploma di scuola secondaria di primo grado.

I giri d’affari delle cooperative sociali

Un ultimo dato interessante che emerge dalla nota Istat riguarda i giri d’affari del settore. I due terzi delle cooperative sociali che lavora al Sud presenta un volume d’affari fino a 199 mila euro mentre quelle residenti nelle regioni del Nord-ovest e del Nord-est si caratterizzano per volumi di affari più elevati.Il 42% delle cooperative al nord presenta un volume d’affari di almeno 500 mila euro annui, e si tratta prevalentemente di cooperative che lavorano in sanità (49,3%) e, in misura minore, in quello dell’assistenza sociale e protezione civile (32,3%). Si tratta di un dato che possiamo analizzare solo per le cooperative sociali, poiché esse sono sottoposte all’obbligo della presentazione della dichiarazione Iva in riferimento all’attività istituzionale.

 

 

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