L’epidemia di Coronavirus che stiamo seguendo in queste settimane ci sta insegnando una volta di più una cosa importante: che non è il dato in sé che fa l’informazione, sulla base della quale prendere delle decisioni, ma la lettura del dato. Non tutti i numeri si possono comprendere nel medesimo arco di tempo, la medicina lo sa bene, e lo sa bene in particolare la virologia. Quanto tempo ci vuole per capire come si sta evolvendo un’epidemia? Quanto tempo ci vuole per stimare la mortalità di un agente? Quanto tempo ci vuole per capire se le cose sono gravi e quanto? Quanto tempo ci vuole per poter stimare quando avverrà il picco dell’epidemia?

Sono tutte domande che abbiamo rivolto a Giovanni Maga, virologo e Direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Pavia.

 Quanto tempo ci vuole per stimare un tasso di mortalità. Più del tempo finora trascorso dall’inizio dell’epidemia di questo nuovo Coronavirus. A oggi (6 febbraio ore 13  ) si contano 28.344 casi confermati, di cui solo 228 fuori dalla Cina e Hong Kong, per un totale di  565 morti (solo 2 fuori dalla Cina) e 1.339 persone già dichiarate guarite. “Viene spontaneo fare il calcolo percentuale, che sanno fare tutti, ottenendo una letalità del 2%, ma in realtà gli epidemiologi non ragionano in questi termini. Prima di tutto chiariamo che lessicalmente noi virologi distinguiamo tra letalità e tasso di mortalità. La letalità di un virus è il numero di morti per casi confermati, mentre il tasso di mortalità è il rischio, in termini di probabilità che ho nel mondo di morire di questa malattia. In questo caso sarebbe come dire che il tasso di mortalità di 2019-nCov è di 500 su 1,4 miliardi di persone” spiega Maga.  “Il punto è che non possiamo non considerare che gli scenari sono diversi, in Cina e fuori, e non possiamo mettere tutto nello stesso calderone. A Wuhan e Hubei, dove si concentrano quasi tutti i casi, il tasso di letalità è del 2% circa, mentre fuori dalla Cina siamo nell’ordine dello zero virgola. Questo però ci dice una cosa fondamentale, su cui non ci sono dubbi: le misure di contenimento stanno funzionando benissimo, avendo dopo quasi due mesi, solo 200 casi fuori dalla Cina, quasi tutti non gravi.”

Quanto tempo ci vuole per stimare il famoso R0, cioè il tasso di diffusione del virus?

In epidemiologia si ricorre a un indicatore, R0 (“R naught”) che indica quanto è contagiosa una malattia infettiva e quanto un’infezione si riproduce diffondendosi fra le persone. R0=1 significa che ogni persona ne contagi un’altra. Quindi, se stimiamo che R0 è maggiore di 1 significa che i casi di contagio stanno crescendo, mentre se riusciamo a contenere R0 a valori inferiori a 1 significa che piano piano l’epidemia si sta spegnendo.

Si tratta quindi di un valore che varia ogni pochi giorni, a seconda dei nuovi dati che abbiamo, non certo di una costante. Attualmente si stima per 2019-nCov un R0 pari a 2.6, ma con un intervallo molto vario a seconda delle aree geografiche: da 1.5 a 3” spiega ancora Maga. Ci vuole tempo per valutare quando potremo arrivare al cosiddetto plateau, cioè all’inizio della diminuzione nel numero di nuovi casi. Possiamo fare delle stime, delle ipotesi e valutare ogni giorno se siamo sulla strada giusta. Diciamo che ci vuole almeno una settimana per capire se un’epidemia sta aumentando o contenendosi, per verificare se i dati sono dovuti ad altre distorsioni, come un ritardo nella comunicazione. A oggi 6 febbraio per esempio non possiamo dire se l’epidemia scemerà fra quattro settimane o quattro mesi, anche perché dobbiamo verificarne la stagionalità, cioè se come nel caso della SARS con l’arrivo della bella stagione tenderà a rientrare autonomamente”.

 

Quanto tempo ci vuole per capire quanto grave è il virus?

 Al di là della mortalità, i dati ci dicono al momento che solo il 20% dei contagiati presenta polmonite, mentre per il resto si tratta di qualche sintomo per nulla preoccupante. Ma di nuovo – continua Maga – è ancora presto per fare dei conti certi, perché non è detto che i casi notificati siano tutti i casi reali, anzi è improbabile: i modelli matematici che tengono conto degli spostamenti stimano una diffusione attuale 5 volte maggiore, il che è una buona notizia perché con ottima probabilità significa che si tratta di casi non gravi che hanno vissuto la malattia come una normale influenza”.

 

Abbiamo accelerato le cose rispetto alle epidemie di 10 anni fa?

Sì, i tempi si sono incredibilmente ristretti, anche solo rispetto all’epidemia di SARS, grazie ai passi in avanti in biologia molecolare: oggi per esempio possiamo sequenziare un genoma in poche ore. “Ciò è dovuto in gran parte al progetto Genoma Umano  (HGP, acronimo di Human Genome Project) è stato un progetto di ricerca scientifica internazionale il cui obiettivo principale era quello di determinare la sequenza delle coppie di basi azotate che formano il DNA e di identificare e mappare i geni del genoma umano. L’Intelligenza Artificiale ha permesso di fare analisi sempre più veloci, per capire se i virus mutano, per esempio, e per condividere le informazioni in pochissimo tempo”.

 

Insomma – conclude Maga – in Italia attualmente il rischio è estremamente basso e non c’è pericolo attualmente di pandemia”.

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