Secondo le ultime stime dell’Istat l’Italia è tornata – dopo qualche anno di modesta crescita – in recessione. Mentre altre nazioni europee hanno superato la crisi precedente e si sono preparate alla successiva, la nostra non è neppure riuscita a recuperare quanto aveva perso dal 2008 in avanti.

 

Parlare di un problema recente però sarebbe un errore. A ben vedere, ci dicono i dati dell’Ocse, l’Italia cresce pochissimo già da molto prima: meno di Francia, Germania e Spagna – nell’ordine di chi è andato meglio nel tempo –, e nel complesso parecchio meno dell’intera area euro. Quando solo una nazione resta indietro trovare cause esterne per quello che non va diventa difficile, e non resta che indagare cosa non funziona a causa delle politiche proprie. I comodi alibi esterni non reggono.

 

 

Parlare di crescita non è una questione astratta. Al di là dei problemi che il passo di lumaca crea alle finanze pubbliche, grandi recessioni intervallate da stanche riprese hanno effetti del tutto concreti su individui e famiglie – a cominciare dai salari.

 

Ancora i numeri dell’OCSE mostrano che esiste un’enorme differenza nelle retribuzioni italiane rispetto a quelle degli altri partner europei, e questo è uno dei tanti effetti di decenni di mancata crescita. All’inizio degli anni 2000, per esempio, i salari medi annuali in Italia erano praticamente identici a quelli spagnoli e francesi, ma già superati nettamente dai tedeschi. Da allora però essi sono praticamente rimasti dov’erano, con solo qualche miglioramento marginale, mentre tutti gli altri sono aumentati.

 

La differenza con i lavoratori tedeschi, già non proprio piccola in partenza, è diventata enorme. Non sorprende allora che proprio la Germania sia con il Regno Unito fra le destinazioni preferite degli emigrati, con decine di migliaia di italiani che si sono trasferiti lì solo nel 2017.

 

 

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