Sono più di 12 milioni i nonni in Italia, e, secondo un’analisi Ipsos, il 61% di loro supporta figli e nipoti nella gestione del menage familiare. Un dato che si distanzia molto dai colleghi europei, solo il 27% dei nonni d’oltralpe afferma infatti di svolgere in maniera attiva e costante il proprio ruolo. Alla luce di questo dato, e in occasione della Festa dei Nonni il 2 ottobre, il portale ProntoPro.it ha voluto calcolare l’ipotetico stipendio dei nonni, nel caso venissero pagati per i preziosi servizi che ogni giorno offrono alla famiglia. Un salario che si attesterebbe intorno ai 2250 euro al mese.

Lo stipendio medio è stato calcolato prendendo in considerazione tutte le attività svolte, e le relative paghe orarie riconosciute a chi esercita gli stessi mestieri come lavoratore professionista. Si va dall’autista, pensate ai passaggi a scuola ai nipoti ai lavoretti tuttofare fino alla consulenza psicologica.

L’altro lato della medaglia è il costo dei nonni. E le reali condizioni in cui vivono.

Noi di Info Data siamo andati a vedere i numeri degli over 65 per capire come stanno. Stando ai più recenti dati Eurostat  , scrive Cristina Da Rold, l’Italia è il paese con il più alto tasso di over 65 rispetto alla popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni. Il 35% degli italiani nel 2017 ha più di 65 anni, cinque punti percentuali sopra rispetto alla media europea. Complessivamente in 20 anni la percentuale di europei anziani è passata dal rappresentare il 22.5% della popolazione, al 30%.

La notizia è positiva, perché significa che gli italiani hanno un’aspettativa di vita alta, dato confermato in più occasioni. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che si tratta di un esercito di persone, molte delle quali fanno fatica a prendersi cura di sé e a eseguire le attività quotidiane di base, come evidenziano i dati raccolti nell’ultimo rapporto annuale di OsservaSalute , che raccontano come stanno quelle persone che a causa di problemi di salute, convivono con delle limitazioni gravi e non gravi nelle proprie attività quotidiane, che durano da almeno 6 mesi. Si tratta di persone che vivono in famiglia (sono state intervistate 16 mila famiglie), sono quindi esclusi gli ospiti presso strutture sanitarie o simili.

Quali sono le difficoltà

Il 9% degli over 65 intervistati (uno su dieci) ha difficoltà a vedere, il 19% (uno su quattro) a sentire, il 35% (uno su 3) a camminare per più di 500 metri, e sempre uno su tre non riesce a salire o scendere una rampa di scale.

Un over 65 su 10 fra chi ha una qualche limitazione, precisamente l’11,2% di loro, ha molta difficoltà o non è in grado di svolgere le attività quotidiane di cura della persona senza ricevere alcun aiuto, quali mangiare da soli anche tagliando il cibo, sdraiarsi e alzarsi dal letto o sedersi e alzarsi da una sedia, vestirsi e spogliarsi e usare i servizi igienici, fare il bagno o la doccia. La percentuale di persone non autonome in queste attività si attestano al 3,2% tra gli anziani di età 65-74 anni, al 12,0% tra quelli della classe di età 75-84 e al 36,2% tra gli ultra 85enni.

Qui emerge il gap fra nord e sud: nel Meridione il 14% degli over 65 con limitazioni dichiara di avere difficoltà nella cura della propria persona, contro il 9% del nord e il 12,7% del centro.

Nel dettaglio, in Calabria, in Puglia e in Umbria, Abruzzo e Sardegna questa percentuale supera il 25%, mentre rimane intorno al 15% in Veneto (ha difficoltà nella cura di sé il 13,6% degli over 65), in Valle d’Aosta (10%), in Piemonte (15,5%) e nella Provincia Autonoma di Trento (16%).

Per quanto riguarda invece le attività domestiche di base al di là della cura della persona, ben il 30,3% degli ultra 75enni ha molta difficoltà o non è in grado di usare il telefono, di assumere autonomamente le proprie medicine e di gestire le risorse economiche, preparare i pasti, fare la spesa, svolgere attività domestiche leggere e svolgere occasionalmente attività domestiche pesanti. Sono difficoltà che riguardano il 13% dei 65-74 anni, il 38,0% dei 75-84 anni e addirittura sette ultra 85enni su dieci.

Dolore fisico e malessere psicologico

Un aspetto spesso poco trattato è quello del dolore fisico, che riguarda il 56% degli italiani con più di 65 anni che hanno una qualche forma di limitazione. Questa percentuale di persone dichiara un dolore da moderato a molto forte. Fra chi non ha queste limitazioni, soffre di dolore fisico il 16,2% degli over 65. Circa il 20% degli over 65 con limitazioni invece dichiara di convivere con un disturbo depressivo, più o meno grave.

Chi ha più bisogni, ha meno supporto

Il paradosso è che chi fra gli over 65 ha questo tipo di limitazioni nelle attività quotidiane può contare in realtà su un minor supporto sociale rispetto alle persone di pari età senza limitazioni. Considerato che quasi il 100% degli over 65 italiani riceve un qualche aiuto, anche solo da parte dei familiari, fra chi ha limitazioni la fetta di chi riceve un supporto debole è maggiore rispetto gli over 65 sani, mentre è minore la percentuale di chi riceve un aiuto forte nelle attività quotidiane.

Dichiara di ricevere un forte supporto sociale il 25,3% delle persone con limitazioni – una persona su quattro – contro il 26,7% delle persone senza limitazioni. A questi si aggiunge un altro 53,8% di persone che percepisce un livello di supporto sociale intermedio, contro il 56,9% delle persone senza limitazioni.

Le differenze regionali sono comunque molto forti. In Umbria il 41% degli over 65 con limitazioni riceve un supporto forte. Segue la provincia autonoma di Trento con un 34,6%, Bolzano con un 32% e la Calabria con un 31% di queste persone fortemente aiutate nelle loro attività quotidiane. In diverse altre regioni non si arriva nemmeno al 20%: Marche, Lazio, Puglia e Valle d’Aosta.
E poi c’è il mistero degli ultra-centenari. In tutto il mondo gli esseri umani vivono più a lungo. Non è una notizia, l’aspettativa di vita alla nascita è in costante aumento da molti anni. Anzi, è più che raddoppiato negli ultimi due secoli.

In una prima fase a forzare le statistiche aveva contribuito la crescita del tasso di riduzione della mortalità infantile. Dal 1950 in poi i fattori del cambiamento sono stati più legati alla crescente longevità: si invecchia di più e si muore meno. Il primo supercentenario (110 anni e più) fu Geert Adrians-Boomgaard, che morì nel 1899 all’età di 110 anni e quattro mesi. La prima supercentenaria femmina, Margaret Ann Neve, morì nel 1903 all’età di 110 anni e dieci mesi e ha mantenuto il record per quasi 23 anni. Senza indugiare troppo nelle notizie da guinness dei primati, tocca però ricordare che il recordman assoluto è una donna francesce Jeanne Calment, che è morta il 4 agosto 1997, all’età di 122 anni e cinque mesi.

Secondo uno studio comparativo condotto da Anthony Medford, dell’University of Southern Denmark l’età potrebbe allungarsi ancora di qualche anno se si agisse su un’ampia assistenza agli anziani di alta qualità. La ricerca avrebbe coinvolto 16.931 centenari (10.955 svedesi e 5.976 danesi) nati tra il 1870 e il 1904 in Danimarca e Svezia, paesi limitrofi con stretti legami culturali e storici ma grandi differenze sul fronte della longevità. La differenza secondo i ricercatori sono da ricondurre ai due sistemi sanitari, che specialmente negli ultimi tempi hanno intrapreso due strade di sviluppo diverse. Ma c’è di più.

In questa Info Data potete navigare gli indici sulle aspettative di vita e sulle condizioni degli anziani di Istat dal 2002 al 2018. Basta cliccare alla voce seleziona per potere consultare l’elenco degli indici.

 

L’età media delle persone più anziane è aumentata negli ultimi 40 anni da circa 112 a circa 114. I supercentenari – le persone che hanno vissuto il loro 110esimo compleanno – generalmente hanno caratteristiche che li identifica in un cluster statistico ben preciso. Tendono ad avere pochi problemi di salute legati all’età e rispetto ai loro coetanei di ottanta e novant’anni sono più tonici nel fisico e più lucidi a livello mentale. Tuttavia, quando si supera una certa soglia la curva di mortalità tende a piallarsi, nel senso che i più vecchi superata una certa età tendono a morire rapidamente. Robert Young, ricercatore senior del Gerontology Research Group definisce questo fenomeno come la “rettangolarizzazione della curva di mortalità”. Quindi, quando uno diventa il “più vecchio”, non ha molto tempo a disposizione.

Esiste anche un gender gap della lonegevità. Il novanta per cento dei supercentenari sono donne. Alcuni scienziati pensano che dipenda dai due cromosomi X . “La seconda X è come un backup”, avrebbe detto Young a FiveThirtyEight. “I maschi hanno solo una possibilità di commettere un errore.”

Le geolocalizzazione del centenario.  I giapponesi sono la popolazione più longeva al mondo. La nuova persona più anziana del mondo (e vivente) si chiama Chiyo Miyako, ha 117 anni compiuti il 2 maggio. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’aspettativa di vita nel paese del Sol Levante è alta: si calcola una media di 86,8 anni di vita per le donne e 80,5 anni per gli uomini. Secondo gli esperti più che il luogo inteso come insieme di indicatori ambientali meteorologici va inquadrato all’interno degli indicatori di stili di vita. Manca però per numerosi Paesi, peraltro tra i più popolosi come Cina, india e Brasile, una anagrafe in grado di monitorare in modo trasparente e puntuale la presenza di over-100. Quindi, se è vero che il Giappone è il Paese più longevo non è detto che vivano là le persone più vecchie del mondo.

E in Italia? Come ha scritto il Sole 24 Ore.com nell’Italia del 2039-40, quella in cui compirà vent’anni il neonato evocato dal presidente Vincenzo Boccia nell’ultima assemblea di Confindustria, ci saranno 18,8 milioni di cittadini con 65 anni o più, secondo le proiezioni Istat, 5 milioni in più di oggi. La popolazione in età da lavoro (15-64 anni) si sarà ridotta a sua volta di 5 milioni (a 33,7 milioni), a conferma della transizione demografica molto severa in pieno corso nonostante i continui flussi di migranti. La Liguria è di gran lunga la regione più anziana del paese e insieme quella con la maggiore differenza fra il numero di nascite e di morti – in favore di queste ultime. Dall’altro lato ci sono le province di Napoli, Caserta e Bolzano, dove invece l’indice di vecchiaia è il più basso e la popolazione risponde di conseguenza; anche se in effetti nonostante questo la “crescita naturale” degli italiani appare negativa un po’ ovunque, tranne nella stessa Bolzano.

 

Rispetto al 2002, scrive Info Data, l’indice di vecchiaia è cresciuto parecchio ovunque, con l’unica eccezione dell’Emilia-Romagna. La Liguria era allora e resta ancora oggi l’area dove vive il maggior numero di over 65 e pochissimi ragazzi fino a 14 anni.

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