Da quando è stata fondata nell’ottobre del 1945, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, meglio conosciuta come Onu, nel corso degli anni ha visto il numero di stati membri arrivare fino a 193, su un totale di 196 riconosciuti come sovrani.

Nata sulla scia della Società delle Nazioni, la cui fondazione risale al 1919, i primi paesi a fare da padri fondatori all’Onu, e tutt’ora gli unici cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, furono i principali vincitori del conflitto mondiale, vale a dire Cina, Francia, Regno Unito, Unione Sovietica e Stati Uniti d’America.

Di questi cinque, solo quattro hanno assolto ai loro doveri in termini di contributi economici da versare per il bilancio ordinario annuale del 2019.

Gli Stati Uniti infatti, stando ai numeri pubblicati proprio sul portale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, entrano nel mese di ottobre senza ancora aver pagato la loro quota, come del resto ancora devono fare altri 64 paesi.

Nell’infografica che segue sono rappresentati gli attuali contribuenti al bilancio ordinario dell’ONU differenziati per colore in modo da distinguere quelli che hanno versato la propria quota entro il 31 Gennaio (verde) da quelli che invece hanno saldato a partire dal primo di Febbraio (arancio).
Rispettando la stessa logica cromatica, nella mappa con i cerchi la loro dimensione è direttamente proporzionale all’importo versato, mentre nei due istogrammi sono rappresentati sia il contributo dei primi venti paesi, sia la distribuzione dei pagamenti su base mensile.

Come appare abbastanza evidente dalle mappe, buona parte delle “Americhe” non ha ancora rispettato i termini di contribuzione per il budget ordinario (al quale poi si affianca quello per il peacekeeping, salvaguardia della pace) ed è chiaramente lampante, come anticipato, il mancato contributo statunitense.

La quota dei soli Usa costituisce circa il 22% del budget complessivo e, proprio per questo motivo, il presidente Trump si è più volte lamentato di un sistema, a suo dire distorto, che troppo penalizzerebbe gli Stati Uniti e che al momento è basato sul reddito nazionale lordo, sulla popolazione e sull’onere del debito al momento di elaborare il bilancio.

Tralasciando le polemiche di chi ancora non ha versato la propria parte e tornando sui dati relativi ai paesi contribuenti del 2019, in cima alla lista dei maggiori “finanziatori” compaiono appunto gli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza tra le cui fila si infilano anche il Giappone e la Germania.

Nel dettaglio la Cina figura al primo posto (in assenza come detto degli Stati Uniti) con 334 milioni di dollari, con i sopracitati Giappone (239) e Germania (170) a completare il podio e a cui poi fanno seguito Regno Unito (127), Francia (123) ed Italia (92).

Questi primi sei paesi rientrano nella lista (complessiva di 94 casi) di chi ha rispettato i termini di contribuzione solo dopo la scadenza indicata per il 31 gennaio, mentre subito dopo, in settima posizione, compare la prima nazione appartenente al gruppo di coloro che hanno versato la propria parte entro i termini stabiliti, vale a dire il Canada con il contributo di 76 milioni di dollari.

La collocazione delle trentaquattro nazioni paganti entro gennaio 2019 è abbastanza eterogenea: si spazia da Australia e Nuova Zelanda che rendono il continente oceanico l’unico in piena regola con il pagamento, fino al Nord Europa di stampo scandinavo, passando poi anche per buona parte dei paesi che si affacciano sul Golfo del Bengala (India, Tailandia e Malesia), senza dimenticare alcuni casi africani (Kenya, Ruanda e Malawi) o caraibici (Cuba e Repubblica Dominicana).

Complessivamente, da un punto di vista prettamente temporale, a seguito dei pagamenti avvenuti nel mese di Gennaio (34), il mese maggiormente rappresentativo – seppure di poco – risulta essere Febbraio a fronte di trentacinque casi, con Maggio piuttosto staccato a quota tredici in terza posizione, seguito poi da Settembre (undici) e dalla coppia Marzo-Aprile fermi a dieci, mentre risultano nettamente meno tempestivi i versamenti estivi visti i numeri registrati in Agosto (sette), Luglio (quattro) e Giugno (3).

L’articolo I conti in tasca all’Onu. Chi ci crede, chi sta pagando e chi no sembra essere il primo su Info Data.

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