La politica è anche costruzione del consenso. E il consenso si costruisce anche attraverso strategie che si possono tranquillamente definire di marketing. Bene, ma se la forza dei brand si può misurare  dai bilanci o dall’andamento in borsa, come si può determinare il valore di un partito?

 

Ci sono, è vero, i sondaggi. Oppure si possono applicare le stesse metriche di analisi riservate alle aziende. È esattamente quello che ha fatto Andrea Fronzetti Colladon, ricercatore del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Perugia. Il quale ha applicato il Semantic brand score, una misura che valuta la forza di un marchio a partire da dati testuali, alla rassegna stampa.

 

I dati, che ha messo a disposizione di Infodata, arrivano da Telpress International, una società che si occupa appunto di servizi di rassegna stampa. «Ci forniscono informazioni relative alla stampa on line e agli articoli pubblicati dalle agenzie di stampa», spiega il ricercatore. Vista l’imminenza delle elezioni per l’europarlamento, «abbiamo scelto di filtrare le informazioni, concentrandoci sugli articoli che parlano di Europa». Puliti i dati, «applico degli algoritmi di processamento» che portano all’elaborazione del brand score. Ovvero di un valore numerico, che misura il valore dei marchi dei partiti politici italiani. «Questa misura ha tre dimensioni», precisa Fronzetti Colladon, «ovvero la prevalenza, che considera la frequenza con cui un partito viene menzionato, la diversità, cioè la ricchezza lessicale del discorso che lo riguarda, e la connettività. In altre parole, il fatto che il suo brand possa fare da ponte tra temi differenti».

 

Un lungo, ma necessario preambolo prima di arrivare a dire che se si prendono in considerazione le rassegne stampa relative ai mesi di marzo e aprile, la situazione è questa:

 

 

Certo, che il marchio Lega fosse quello di maggior valore nella politica italiana di questo periodo non servivano gli algoritmi per scoprirlo. Piuttosto, è interessante notare come si tratti dell’unico brand che a partire dal 16 marzo ha visto costantemente aumentare il proprio punteggio. Questo cosa significa? Molto probabilmente che Matteo Salvini e i suoi sono in grado di dettare l’agenda della politica italiana.

 

Parliamo, vale la pena di ricordarlo, di dati che fanno riferimento ad articoli di giornale. Anzi, nello specifico alla lead di ogni pezzo. Ovvero a circa il 30% del totale. Quello che in gergo giornalistico viene definito l’attacco del pezzo, dove cioè viene collocata la notizia. Quindi questi dati dicono che il Carroccio è più bravo degli altri a fare notizia.

 

Sotto questo profilo è interessante notare l’andamento del Partito democratico (per isolarlo basta cliccare sul simbolo in alto a sinistra). Un Pd che, all’inizio delle rilevazioni, aveva un brand score identico a quello leghista (15,47 per i dem contro il 15,48 della Lega). Si trattava della settimana successiva alle primarie che hanno affidato la segreteria democratica a Nicola Zingaretti. Di lì a pochi giorni i sondaggi avrebbero parlato di un sorpasso del Pd sul Movimento 5 Stelle.

 

Finito l’effetto di cassa di risonanza garantito dalla competizione elettorale interna, però, il Pd ha iniziato una lenta ricaduta. Tanto che nell’ultima rilevazione effettuata ha registrato un brand score negativo, al pari di +Europa. Vuol dire, banalizzando al massimo, che sui giornali non si è parlato del Pd su tematiche relative alle elezioni europee. E che quando lo si è fatto le tre metriche di prevalenza, diversità e connettività non hanno restituito grandi valori.

 

Beninteso, passare dal brand score alle previsioni di voto sarebbe un errore. I dati arrivano da articoli on line e di agenzia e non tutta la popolazione li legge. Senza contare che alle elezioni è impossibile ottenere un risultato negativo. Negativo nel senso numerico dell’espressione, ovviamente, che le elezioni in Italia non le perde mai nessuno.

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