Se è vero che i soldi non fanno la felicità, va anche detto che nel mondo dell’economia esistono alcuni strumenti per misurare la “felicità economica” ed hanno davvero poco a che vedere con i sentimenti, andando direttamente al nocciolo della questione.

Volendo confrontare felicità ed infelicità in questo ambito, si potrebbe dire che la prima si manifesta in presenza di una forte crescita economica, mentre la seconda deriva principalmente da un alto valore di inflazione, dagli alti tassi di prestito e dal livello di disoccupazione.

Questa visione deriva da un indicatore economico denominato Misery Index, originariamente creato da Arthur Okun negli anni ‘Sessanta quando gli venne chiesto dall’allora presidente americano Lyndon Johnson di fornire un sistema semplice per fotografare la saluta dell’economia statunitense.

Nel corso degli anni, il calcolo dell’indicatore è stato rivisitato diverse volte, sia da Robert Barro dell’università di Harvard sul finire dello scorso millennio, sia più recentemente da Steve Hanke – economista della facoltà John Hopkins – che ha introdotto anche i paesi al di fuori dei confini americani nel quadro dell’analisi.

La formula che sta alla base del Misery Index, come anticipato, si basa sostanzialmente su una somma di tutti i fattori negativi (inflazione, tassi di prestiti e disoccupazione) a cui viene sottratto il valore della crescita percentuale di un paese.

Ne deriva conseguentemente che più alti sono i valori, peggiori saranno le condizioni di un paese, raffigurando così con un solo numero lo stato di salute di una nazione, come originariamente era stato chiesto dal presidente degli Stati Uniti.

Con gli ultimi dati disponibili, riferiti allo scorso anno, l’analisi di Steve Hanke copre novantacinque paesi su scala mondiale e ne emerge un quadro abbastanza estremo che noi di Infodata abbiamo voluto rappresentare a modo nostro per esplorare i numeri come siamo soliti fare.

Nell’infografica che segue le nazioni prese in esame sono rappresentate sulla mappa con un cerchio di dimensione proporzionale al valore dell’indice e colorate in funzione di quale sia la causa primaria della miseria/infelicità economica (disoccupazione in verde, tassi di prestito in arancio, inflazione in blu o una loro combinazione in rosso).
In aggiunta, i valori dei paesi (fatta eccezione per il primo fuori scala) sono riportati in un istogramma per avere una più chiara visione quantitativa, abbinata alla distribuzione delle cause principali per cui è raffigurato un quadrato per ogni paese affetto da quella specifica condizione.
Interagendo con i grafici (passaggio del mouse e/o click da mobile) è possibile ottenere i valori puntuali dei singoli paesi.

Chiariamo subito: non c’è alcun errore nei numeri mostrati.

L’indicatore del Venezuela – oltre la quota irreale di 1,7 milioni – è di tre ordini di grandezza più alto rispetto a tutto il resto del mondo combinato (1573).

La situazione del paese sudamericano non è di certo una novità e la parte economica è solo una delle facce che costituiscono l’intero quadro di una crisi cominciata nel 2013 che si è propagata anche sul fronte politico e sociale.

Sfortunatamente, proprio per questi motivi, il Venezuela detiene questo poco edificante primato già dal 2015 e la proiezione per il 2019 non accenna a dare segnali di miglioramento.

Tra i vari fattori, quello più determinante è senza dubbio l’inflazione galoppante che sta distruggendo l’intera salute economica del paese; basti pensare che nei primi sette mesi del 2019 il tasso accumulato è arrivato al 1579%, mentre rispetto al Luglio 2018 (nell’arco di dodici mesi) l’accumulo va oltre i 264mila punti percentuali.

Sebbene caratterizzati da valori del Misery Index drasticamente inferiori, l’inflazione è la il fattore principale dell’indicatore anche per i due paesi che chiudono questo poco ambito podio, vale a dire Argentina (105,6) ed Iran (75,7).

L’Argentina ha “conquistato” il secondo posto a causa di un’ulteriore svalutazione del Peso argentino, figlia dell’ennesima crisi economica di un paese storicamente abituato a questo tipo di fenomeni e tra i quali citiamo alcuni degli ultimi casi come quelli del 1989, 2001 ed appunto del 2018.

In maniera analoga, anche in Iran, grazie ad una banca centrale tutt’altro che solida e ad una valuta che sembra priva di qualsiasi valore, l’inflazione ha fatto sì che l’undicesimo posto in classifica del 2017 venisse “migliorato” di ben otto posizioni.

Al quarto posto si trova il Brasile (53,6) che è il primo di quarantadue paesi in cui i tassi di prestito sono il principale fattore imputabile al valore del Misery Index, mentre subito dopo – distanziato da pochi decimi di punto – fa la sua comparsa la Turchia (53,3) che invece, come altri quarantanove paesi, trova nella disoccupazione la causa primaria del proprio indicatore.

Delle novantacinque realtà prese in esame ce ne sono diverse per cui il valore del Misery Index è invece decisamente contenuto, con otto casi in cui non viene superata quota cinque: Olanda (4,7), Taiwan (4,4), Cina (4,2), Svizzera (4,2), Austria (3,9), Giappone (3,3), Ungheria (2,6) e Tailandia (1,7).

In particolare, in Thailandia il tasso di disoccupazione è particolarmente basso da anni (tra lo 0,4 e l’1,2% dal 2011) grazie anche ad uno scenario in cui molte persone sono occupate come venditori ambulanti e tassisti, assorbendo tutti coloro che risulterebbero disoccupati con impieghi più tradizionali in senso stretto.

Al contempo, gli investimenti nelle infrastrutture pubbliche da parte del governo stanno continuando a favorire investimenti privati sia a livello nazionale sia provenienti dall’estero, consolidando così la crescita del prodotto interno lordo, galvanizzato anche dal turismo che contraddistingue il paese da anni.

 

 

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