Dalle montagne più alte agli abissi più profondi, il nostro pianeta esprime un’enorme varietà anche guardando in alto o in basso. Se l’Everest, con i suoi quasi 9mila metri di altezza, è un po’ il punto di riferimento più ovvio per le vette, ciascun continente ne ha almeno una da non sottovalutare da circa 5mila metri in su – non esattamente delle collinette, diciamo.

 

Al Mar Morto – che al di là del nome è in effetti un grosso lago – spetta invece il primato della depressione più profonda: oltre 400 metri sotto il livello del mare “generatasi nei millenni per effetto dell’evaporazione delle sue acque non compensate da quelle degli immissari, che è anche causa della sua alta salinità”.

 

 

La Fossa delle Marianne – grosso modo a metà strada fra il Giappone e l’Australia – è nota per essere la più profonda depressione oceanica, e in effetti al suo interno si trova l’abisso Challenger. Con un filo meno di undici chilometri, si tratta del punto noto più profondo della superficie terrestre.

In questa lista a un certo punto però si vede anche la mano dell’uomo, o per meglio dire si vedeva. Circa alla stessa profondità arrivava anche la piattaforma Deepwater Horizon, che ha scavato il più profondo pozzo petrolifero della storia prima di essere distrutta da un incidente – nel 2010 –, disseminando nell’oceano circa cinque milioni di barili di petrolio nel peggior disastro ambientale di questo genere.

Più curiosa e per fortuna meno drammatica la storia del pozzo superprofondo di Kola, un progetto scientifico iniziato dall’Unione Sovietica nel 1970 in un’area al confine con la Norvegia. Gli scienziati sovietici cominciarono a scavare un pozzo sempre più profondo, fino a raggiungere gli oltre dodici chilometri nel 1989.

Problemi tecnici resero più difficili e poi fermarono del tutto gli scavi, che si conclusero nel 1992. Concluso il progetto, il sito è stato poi abbandonato e oggi resta in rovina con il pozzo chiuso da un coperchio saldato su di esso.

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