Nicola Zingaretti è il nuovo segretario del Partito Democratico. Se anche non si fosse letta la notizia sui giornali, potremmo trovare un indizio dell’avvenuto cambio al vertice leggendo le nuove proiezioni di voto. Gli esperti lo definiscono effetto novità.

Dopo un inizio anno con sondaggi sempre sotto il 20%, il sito scenari politici – winpoll ha attribuito un 20,3% al nuovo ciclo Zingaretti e, in questi giorni, le proiezioni danno il Pd tra il 19 e il 20%. Pochi punti percentuali che hanno consentito al Pd di avvicinarsi sensibilmente al Movimento 5 Stelle, in costante calo negli ultimi sondaggi. Le primarie del 3 marzo sembrano insomma avere ridato un segretario credibile al partito, dopo il “governo transitorio” di Maurizio Martina. 

La missione di Zingaretti. Zingaretti prende le redini del partito nel momento più buio della sua storia. Un inesorabile crollo da quelle trionfali elezioni europee del 25 maggio 2014, che avevano portato il Partito Democratico al suo massimo storico. Da Veltroni a Zingaretti, sono 8 i segretari che hanno conquistato l’Assemblea Nazionale e il popolo delle primarie. Tra questi inseriamo anche Dario Franceschini, Guglielmo Epifani, Maurizio Martina e Matteo Orfini. I primi tre, in realtà, solamente reggenti eletti dall’Assemblea Nazionale, il quarto ad interim nell’interregno post-referendum, tra il primo e il secondo Matteo Renzi.

Noi di Infodata abbiamo cercato di ricostruire la storia del Partito Democratico, in un collage di volti che rappresentano il passato, fino al presente che si chiama Zingaretti. Nella grafica sono visualizzati segretari e presidenti del partito. È possibile cliccare sulle icone dei diversi segretari per evidenziare il periodo in cui hanno guidato il pd, scoprire le percentuali attribuite e i risultati delle elezioni anno per anno. La linea grigia rappresenta elezioni parlamentari, quella blu elezioni europee (che ci aspettano nuovamente a primavera). Accanto alle icone si può scoprire la massima e minima percentuale attribuita.

 Da Veltroni a Zingaretti

La storia del Pd ha vissuto momenti esaltanti prima del crollo post-referendum. Dal 34% delle politiche 2008 si sono succeduti 8 diversi segretari. Alcuni usciti dalle urne delle primarie, altri reggenti eletti all’Assemblea Nazionale. Il punto più alto il 40,8% alle europee 2014, sotto la spinta dell’allora neosegretario Matteo Renzi. Quello più basso spetta sempre all’ex sindaco di Firenze. 18.8% delle ultime politiche.

Matteo Renzi è il segretario più longevo del partito. Con 5884 giorni precede Pier Luigi Bersani, fermatosi a 5040 e senza la possibilità di diventare Primo Ministro, nonostante le elezioni vinte di misura nel 2013. Il 19 aprile 2013, dopo l’esito fallimentare delle candidature a Presidente della Repubblica di Franco Marini e Romano Prodi, sentitosi tradito da un quarto della sua coalizione, annuncia l’intenzione di dimettersi da segretario del Partito Democratico. Si dimette il 20 aprile, lasciando al compagno di partito Enrico Letta la possibilità di diventare premier con un governo di larghe intese.

Il “padre” del partito, Walter Veltroni, è stato segretario 1932 giorni, raggiungendo un massimo di 34.4%. Da allora, solo Renzi è riuscito a superare quel traguardo percentuale. Esiste però un record che nessun successore di Veltroni ha scalfito. Durante il suo mandato il Pd non è mai sceso sotto il 29%, mantenendo percentuali molto alte per tutto il periodo veltroniano. Anche Bersani è riuscito a mantenere stabilmente il partito sopra al 20%, con un massimo stimato del 33.3%. Non potrà riuscirci nemmeno Zingaretti, a cui spetta l’arduo compito di riportare in alto il partito. Magari sfruttando quell’effetto novità che ha spinto tutti i più importanti neosegretari, da Veltroni a Bersani, fino a Renzi. L’obbiettivo di Zingaretti è seguire le orme dei predecessori. Veltroni portò in 3 mesi le percentuali del partito oltre 4 punti percentuali. Lo stesso accadde al Pd guidato da Bersani, che raccolse 3 punti percentuali in più nelle proiezioni dopo un trimestre. Per Renzi 3 mesi portarono solo poco più di 1 punti percentuale, prima dell’esplosione che precedette le europee del 40,8%.

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