Le misure restrittive messe in piedi un po’ ovunque nel mondo, per fronteggiare la pandemia di Covid-19 non hanno impedito solo il movimento delle persone. Anche il commercio internazionale ne ha risentito moltissimo.

Secondo gli ultimi dati resi noti dall’agenzia europea di statistica sia le esportazioni che le importazioni dell’Ue sono andate a picco, a marzo 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Se nel 2019 l’Ue aveva esportato per un totale di circa 180 miliardi di euro, con la diffusione del virus il commercio si è raffreddato passando a 165 miliardi. Qualcosa di simile è successo anche alle importazioni, calate di 21 miliardi da 163 a 142.

 

Per l’export la perdita più ampia ha riguardato macchinari e veicoli, che peraltro rappresentano di gran lunga il comparto principale di quanto l’Ue vende oltreconfine, con 12 miliardi di euro in meno rispetto a marzo 2019. Più contenuto il calo per l’alimentare, che passa da 23 a 22 miliardi, mentre il settore petrolifero passa da 8 a 6 miliardi. Altri 5 miliardi di perdita arrivano dall’ampia categoria dei beni non classificati in una delle altre categorie.

Dove invece troviamo una crescita è nei prodotti chimici, scambiati per ben 9 miliardi in più a distanza di un anno. Un’ipotesi è l’aumento sia dovuto alla farmaceutica, ma almeno in base a informazioni aggregate in questo modo non è possibile dirlo per certo.

Macchinari e veicoli hanno risentito molto della crisi anche nell’altro verso, ovvero quanto a import, passando da 93 a 86 miliardi. Nel complesso, comunque, l’import è diminuito in misura maggiore dell’export.

Guardando alle nazioni invece che alle categorie di beni, troviamo che una parte importante della riduzione dell’export si deve al Regno Unito – considerato qui come territorio extra-Ue a causa della Brexit –, e passato da 30 a 24 miliardi. In questo caso troviamo un calo significativo nei prodotti chimici e negli “altri beni manifatturieri” per circa miliardi ciascuno.

Si tratta naturalmente un caso molto particolare, dato che a causa dell’uscita dall’Ue ci sono in ballo tutta una serie di questioni e incertezze relative alla nuova relazione commerciale che dovrà essere messa in piedi fra i due soggetti. Il risultato è che non possiamo prendere in maniera semplicistica la riduzione dell’export e dire che si tratta soltanto degli effetti dell’epidemia, quando a confondere i risultati ci sono sotto tante altre questioni che potrebbero incidere. Chiarito questo, il paese britannico resta responsabile pressoché da solo di quasi tutto il calo dell’export osservato.

D’altra parte troviamo invece due miliardi di più di export verso gli Stati Uniti, dovuti in maniera pressoché esclusiva all’aumentato commercio di prodotti chimici in salita da 7,2 a 10,9 miliardi di euro. L’attività verso la Cina è declinata anch’essa ma in maniera meno intensa, riducendosi da 16 a 15 miliardi.

La relazione commerciale verso il Regno Unito si è contratta anche dal lato dell’import, dove l’Ue ha acquistato per 4 miliardi e arrivando così a 14 dai 18 di marzo 2019. Altri 3 miliardi in meno sono stati spesi in Cina (che passa così a 27), e in Russia (ora a 10), mentre aumenta leggermente l’import da Stati Uniti (+1 miliardo, ora a quota 20) e Svizzera (sempre +1, da 9 a 10 miliardi).

In questo caso dunque Cina, Regno Unito e Russia rappresentano le contrazioni principali dell’import, che per parte sua si è ridotto ben più di quanto ha fatto l’export.

Per l’Italia Istat nel suo ultimo rapporto relativo ad aprile stima “una netta contrazione congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, molto più intensa per le esportazioni (-34,9%) che per le importazioni (-18,5%). La marcata flessione su base mensile dell’export è dovuta al forte calo delle vendite sia verso i mercati extra Ue (-37,3%) sia, in misura relativamente meno accentuata, verso l’area Ue (-32,7%)”.

Se invece confrontiamo il trimestre febbraio-aprile del 2020 con quello del 2019 troviamo un calo del 18-19% sia per le importazioni che per le esportazioni. Ad aprile in particolare è stata registrata una flessione enorme dell’export, che fa segnare il -41,6% su base annua con particolari problemi verso la zona extra-Ue (-44%), per quanto sia crollato anche il commercio interno all’unione (-39,4%). “La flessione dell’import (-33,7%) è marcata per entrambi i mercati: gli acquisti dall’area Ue diminuiscono del -34,6% e quelli dai paesi extra Ue del -32,5%”.

Nel nostro caso la flessione maggiore ha riguardato macchinari e apparecchi (-50,9%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-38,9%), altri mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-66,8%), autoveicoli (-86,1%), articoli in pelle, escluso abbigliamento, e simili (-79,1%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (-71,9%). Come nel resto dell’UE, anche in Italia l’unica nota positiva per l’export riguarda articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici che fanno segnare un +16,7%.

Tornando a guardare alle nazioni, troviamo che l’export è crollato in particolare in Francia (-45,9%), Germania (-34,3%), Stati Uniti (-43,4%), Svizzera (-44,0%), Spagna (-46,1%) e Regno Unito (-40,8%).

Combinando prodotti e nazioni, l’Istat ha trovato che il calo dell’export si spiega in buona parte con la contrazione delle vendite di macchinari e apparecchi negli Stati Uniti, Germania e Francia, con un altro contributo significativo che arriva dal calo dell’abbigliamento in Svizzera. Nell’altro verso va invece l’aumento di prodotti farmaceutici, chimico-medicinali e botanici verso Belgio, Stati Uniti, Francia e Regno Unito che però resta ben insufficiente nel compensare.

Considerando invece le importazioni italiane, i cali principali sono arrivati dall’acquisto di autoveicoli esteri, di greggio, metalli e macchinari. Sono aumentate invece le importazioni di prodotti farmaceutici e tessili. Come sottolinea ancora l’agenzia di statistica, i prezzi all’import segnano tassi di decremento tendenziale nella maggior parte dei settori manifatturieri; i più ampi si rilevano nei settori coke e prodotti petroliferi raffinati (-24,3% per l’area euro e -32,9% per l’area non euro), fabbricazione di prodotti chimici (-7,2% per l’area euro e -6,0% per l’area non euro) e industria del legno, della carta e stampa (-5,6% per l’area euro e -8,0% per l’area non euro). D’altra parte i tassi di crescita tendenziali più elevati si registrano nei settori fabbricazione di mezzi di trasporto per l’area euro (+2,5%), fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche e industrie alimentari, bevande e tabacco per l’area non euro (rispettivamente +2,3% e +1,6%).

Dal punto di vista globale, come ha mostrato il Financial Times il COVID-19 ha già causato e causerà ancora un enorme declino nel commercio globale, che secondo i dati del WTO è tornato in pochi mesi a livelli vicini a quelli dei primi anni 2010, “mangiando” così un decennio di progressi. Prevedere cosa succederà è al momento impossibile, e al massimo si possono ipotizzare scenari più o meno ottimisti, a seconda di quanto sarà rapida la ripresa.

La pandemia conclude in maniera estrema anche un periodo di leggera crescita sia per l’export che per l’import italiano, riportando entrambi a valori che non si vedevano almeno dal 2015, senza considerare l’inflazione. Se il crollo continuerà oppure riuscirà ad arrestarsi dipende in buona parte da quando e come si risolverà la questione sanitaria sottostante, il che rende ancora più difficile del solito provare a immaginare il futuro.

(Fonte: Istat)

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