Gli elettori si raccontano bene attraverso i risultati elettorali. Esiste però un gruppo di persone di cui si parla pochissimo, perché definite da una non-decisione, ma non per questo meno importanti. Il loro numero negli anni non ha fatto che crescere: sono gli oltre dieci milioni di astenuti che alle ultime elezioni dello scorso marzo sono rimasti a casa.

 

In nessuna competizione elettorale nazionale gli italiani avevano mai votato così poco. L’astensionismo esprime, al fondo, una sfiducia nei partiti e nel sistema, e a ben vedere questa nel nostro paese arriva da lontano.

 

Per decenni, dopo la guerra, con l’arrivo del suffragio universale il gruppo di non votanti era sempre stato ridottissimo: alle elezioni politiche votava sempre almeno il 90% di chi ne aveva diritto, e spesso anche di più. Eppure dalla fine degli anni ‘70 il numero di votanti comincia a erodersi, un pezzo alla volta, capovolgendo una tradizione storica che invece ci aveva sempre visti come un popolo fra i più affezionati al voto.

Certo non è un qualcosa che sta succedendo solo in Italia. Anche in altre nazioni con sistemi elettorali simili al nostro come Spagna e Germania la partecipazione elettorale si è ridotta rispetto a un tempo, ma il caso italiano esprime lo scontento dalla crescita più rapida. Proprio in Germania, d’altra parte, alle ultime due elezioni federali l’astensionismo è in realtà diminuito: due eventi non fanno una tendenza, d’accordo, ma resta che per la prima volta nella storia il gruppo di non votanti è stato maggiore nel nostro paese.

Il caso della Spagna va considerato a parte. Lì la partecipazione al voto è sempre stata minore, e anche nelle annate migliori almeno il 20% degli elettori disertava le urne: una distanza siderale rispetto ai numeri italiani, che però nel tempo si è fatta sempre più sottile.

 

 

Questo gruppo crescente di persone è un po’ il convitato di pietra nel racconto della politica italiana. Per esperti e analisti viene forse naturale parlare soltanto degli elettori “veri” perché in un certo senso sono loro a decidere chi vince e chi perde. Ma poi non è del tutto vero: quando il consenso si fa più rarefatto, non vince più chi fa grandi numeri come un tempo quanto chi riesce a catturare gli elettori che restano.

Lo si vede molto bene, per esempio, senza guardare per una volta ai risultati elettorali come percentuale dei voti totali, ma più banalmente contando quante persone hanno davvero offerto il loro consenso a un partito o all’altro – oppure alle urne non sono andate affatto.

Già alle elezioni del 2008 gli astenuti erano un enorme gruppo di oltre 9 milioni di persone, e in dieci anni non hanno fatto che crescere. Al contrario, il consenso dei grandi partiti tradizionali si è ridotto in quasi tutti i casi, a destra come al centro come a sinistra.

Le uniche eccezioni sono Movimento 5 Stelle e Lega, ma a questo punto diventa interessante mettere le cose in prospettiva. Alle politiche del 2018 proprio il Movimento è emerso come primo partito, conquistando circa un voto ogni tre totali: un risultato praticamente identico a quello del Partito Democratico nel 2008, che pure quella corsa la perse pur avendo ottenuto quasi un milione e mezzo di voti in più.

Lo stesso, presumibilmente, vale oggi per la Lega. Rispetto ai numeri di marzo 2018 i sondaggi  la danno molto più in alto, tanto che oggi essa è ormai diventata senza alcun dubbio il partito egemone nella destra italiana. Ma se anche oggi prendesse il 32% circa – quota cui la posiziona la media delle rilevazioni dall’autunno in avanti – il suo peso elettorale sul totale di chi può votare sarebbe molto più leggero rispetto ai grandi partiti di massa di un tempo.

Questo naturalmente a chi vince interessa poco, ma il problema della rappresentanza – o mancanza della stessa – per decine di milioni di persone rimane.

 

 

Le poche volte che si parla di queste persone, spesso ci si riferisce a loro come “il partito dell’astensione”. È una formula comoda ma forse un po’ pigra, perché li presenta come un gruppo omogeneo; come se la pensassero tutti allo stesso modo. Ma in realtà la sfiducia verso il sistema è probabilmente una delle poche cose che le accomuna, perché qualunque gruppo che conta decine di milioni di membri non può che essere vario sul suo interno.

Né d’altra parte esistono poi così tanti studi e ricerche che hanno cercato di capire chi sono e come la pensano, sui tanti temi che polarizzano il dibattito pubblico italiano. Qualcosa però, pur nella difficoltà di fare generalizzazioni, si può dire.

 

La scorsa primavera un sondaggio condotto da Quorum  ha chiesto a un campione rappresentativo degli italiani come la pensano su una serie di problemi economici, sociali e culturali. Fra essi, anche una quota rilevante di astenuti che possiamo usare come metro di paragone per capire quanto sono vicini e quanto lontani dagli altri partiti sui diversi temi.

Dal punto di vista economico, per esempio, gli astenuti sono favorevoli a una semplificazione del fisco tanto spesso quanto gli elettori del Movimento 5 Stelle, molto meno dei leghisti ma parecchi più di chi si è dichiarato del PD. In media si tratta di un gruppo relativamente europeista, almeno quando si chiede la loro opinione sulla moneta unica: Il 60% è d’accordo o molto d’accordo nel dire che uscire dall’euro “sarebbe una catastrofe”, valori comunque a metà fra il PD da un lato e Lega dall’altro.

Dove invece compare una grossa spaccatura è nel giudizio sul jobs act, che viene visto in maniera negativa da un po’ tutti i rispondenti – astenuti inclusi – a parte gli elettori del PD.

 

A domande che ne indagano le opinioni su sicurezza e tolleranza verso le minoranze, il 70% degli astenuti replica che dare pari diritti a eterosessuali o omosessuali non è un problema, valori simili a quelli espressi da elettori di PD o Movimento. Quando però si parla di immigrazione essi si rivelano meno tolleranti rispetto ai sostenitori di quest’ultimo, almeno quando si chiede loro se un italiano debba avere la precedenza su uno straniero. La questione sicurezza viene percepita poi in misura inferiore rispetto agli elettori leghisti, o anche di Forza Italia, ma comunque più che rispetto a chi dice di voler votare PD.

 

 

Considerato che si tratta di non votanti, sorprende poco che molti di loro esprimano sfiducia verso le elite politico-economiche. Sul tema vaccini, d’altra parte, poco meno dell’80% si dice più tranquillo nel mandare i propri figli a scuola se c’è l’obbligo di vaccinarsi. È un valore in sé elevato, ma comunque il più basso fra quelli registrati a parte il caso degli elettori del Movimento.

Fra loro le questioni religiose non sembrano fare molta presa, mentre all’ultima domanda su un’ipotetica istruzione universitaria gratuita sono fra i gruppi più favorevoli – ma restano comunque tutto sommato freddi all’idea un po’ come il resto degli intervistati.

Questo tipo di analisi è, per forza di cose, limitata dal tipo di domande poste nel sondaggio. È però del tutto possibile che ci siano altri problemi in cima alla lista delle priorità, per gli astenuti. Fra questi per esempio il tema della sanità, che per esempio un recente Eurobarometro ha trovato  essere fra ipiù importanti delle persone, e insieme trascurati dalla politica. Solo una possibilità, certamente: un’ipotesi che solo altre indagini potranno chiarire.

 

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