La buona notizia é che l’Italia guadagna altre due posizioni nella classifica del Corruption perception index, l’indicatore elaborato da Transparency International per misurare la corruzione nel mondo. Quella cattiva é che con questo tasso di crescita, per raggiungere Nuova Zelanda e Danimarca in vetta alla classifica occorrerebbero più di ventun’anni. La pessima é che, almeno in Europa, un Paese meno corrotto é anche un Paese più ricco. Pessima, ovviamente, per le nazioni più corrotte.

Questa mattina Transparency International ha pubblicato l’edizione del CPI aggiornata al 2019. Si tratta di un indicatore che misura la corruzione percepita associando ad ogni nazione un valore da uno a 100: più é alto, meno il Paese é corrotto. Per calcolarlo vengono presi in considerazione diversi elementi, dalle denunce di corruzione vere e proprie al peso della burocrazia, dalla presenza di leggi efficaci in tema di conflitto di interessi e di accesso alle informazioni all’effettiva capacità di perseguire i reati dei colletti bianchi, fino alle tutele legali nei confronti dei whistleblower e dei giornalisti.

Infodata ha scelto di concentrare la propria analisi sull’Europa ed ha realizzato questo grafico che ricostruisce la situazione dal 2012, anno della prima edizione del Corruption perception index, ad oggi:

Come si può notare, nel 2012 l’Italia é partita dalla terzultima posizione a livello europeo, subito prima di Bulgaria e Grecia. Nello stesso anno veniva approvata la legge Severino, che di corruzione si occupava, e veniva istituita l’Anac, che sarebbe diventata pienamente operativa nel 2014. Due eventi che la stessa Transparency ricorda come positivi per il miglioramento del CPI del nostro Paese. Mentre non viene citata la cosiddetta legge ‘spazzacorrotti’ approvata dalla vecchia maggioranza gialloverde.

La situazione migliora, si diceva, ma si tratta di un miglioramento relativo, visto che nel 2019 su 31 Paesi presi in considerazione l’Italia si trova alla 25sima posizione. In testa alla classifica rimane la Danimarca, che primeggia anche a livello mondiale. Nelle parti alte rimangono i Paesi scandinavi con alcune incursioni da parte della Svizzera e dell’Olanda. Mentre, a tenere compagnia a Roma in fondo alla classifica, il Belgio, la Grecia e i Paesi dell’ex patto di Varsavia, con l’esclusione dell’Estonia.

Tra le questioni che vengono rimproverate all’Italia, si legge in una nota, la mancanza di una «regolamentazione del lobbying e dei conflitti di interesse», temi dei quali «sentiamo parlare da anni» ma su cui «ancora il Parlamento tace». Inoltre, «non è certo un buon esempio di trasparenza la recente abolizione degli obblighi di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici». Si tratta, in realtà, di un congelamento delle sanzioni contenuto nel decreto Milleproroghe. Ultimo tema, la necessità di un codice degli appalti «più semplice ed efficace».

Ora, che vivere in un Paese meno corrotto sia meglio che abitare a Tangentopoli é abbastanza intuitivo. Infodata ha però voluto provare a corroborare questa affermazione con dei dati. Ed ha quindi scelto di incrociare i dati relativi al CPI 2019 con quelli del Pil pro capite 2018 calcolato da Eurostat. Un dato, quest’ultimo, espresso a parità di potere d’acquisto e in relazione alla media dei Paesi dell’Unione europea, alla quale viene attribuito il valore 100.

Come si può notare, esiste una correlazione positiva tra il prodotto interno lordo e il valore dell’indice della corruzione percepita. In altre parole, i Paesi meno corrotti sono anche quelli che generano maggiore ricchezza. Ovviamente, non si può parlare di rapporti di causa-effetto, così come é possibile che si tratti di una correlazione spuria. Ma é altrettanto vero che nessuna delle nazioni con un punteggio nel CPI inferiore a 65 presenta anche un valore di Pil superiore alla media europea.

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