L’incidenza dei diversi contratti varia parecchio a seconda di dove le persone sono impiegate. Le università sono in questo senso il caso più estremo, perché al loro interno troviamo la parte minore di dipendenti a tempo indeterminato, e d’altra parte la più elevata di collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, altri atipici e temporanei, che nello specifico comprendono “i docenti a contratto, i medici specializzandi, i dottorandi di ricerca con borsa di studio, gli assegnisti di ricerca”. D’altra parte “i dipendenti a tempo determinato rappresentano il 10,1% del personale in servizio presso le Amministrazioni dello Stato. Valori superiori alla media (8,5%) si rilevano anche nelle Province e città metropolitane (13,9%) e nelle Comunità montane e unioni dei comuni (11,1%).”

 

Secondo l’istituto di statistica negli ultimi sei anni censiti l’aumento di persone a tempo indeterminato si deve in gran parte alle assunzioni nella scuola relative agli anni 2015-2017, mentre i cambiamenti più profondi sono avvenuti negli enti locali, dove si è quasi dimezzato (-45%) il personale stabile di province e città metropolitane, calato dell’11% quello sempre a tempo indeterminato nelle università. D’altra parte è passato da 12mila a 17mila il personale stabile nelle comunità montane o unione di comuni, aumentato anche anche quello degli enti pubblici non economici e addirittura più che raddoppiato nel caso di tutte le altre forme giuridiche (da 32mila a 70mila persone). L’università sembra aver “compensato” il calo del personale a tempo indeterminato integrando un gran numero di contratti atipici, cresciuti del 120% passando da 32mila a 70mila.

 

In relazione alla diminuzione del numero di Province e Comuni“, leggiamo ancora, “si riduce il personale dipendente in servizio mentre aumentano i dipendenti presso Comunità montane e unioni di comuni, in parte per effetto dell’attuazione della Legge Del Rio che ha ricollocato il personale delle ex Province. Una riduzione del personale dipendente si registra anche presso le Università e le Aziende o enti del Servizio sanitario nazionale (SSN). In particolare, nel comparto della Sanità si è verificata nel biennio 2015-2017 una riduzione consistente delle unità istituzionali, soprattutto delle aziende sanitarie locali, a seguito di una ridefinizione dell’assetto sanitario regionale che, anche in questo caso, ha comportato una redistribuzione del personale. Un aumento di dipendenti si è registrato tra le istituzioni appartenenti ad altra forma giuridica, come conseguenza dell’ingresso di nuove unità istituzionali nel perimetro delle istituzioni pubbliche per effetto di interventi normativi. Un ulteriore incremento di dipendenti negli enti pubblici non economici si rileva per effetto del potenziamento di organico di alcune agenzie regionali nonché come conseguenza di variazioni nell’attribuzione di forma giuridica di alcune unità di grandi dimensioni rispetto a quelle a cui erano precedentemente attribuite“.

Prendendo i diversi tipi di attività economica la variazione dal 2011 al 2017 emerge in maniera altrettanto evidente. In questo periodo troviamo oltre 3.500 unità locali in meno, con i cali maggiori nelle “attività proprie del settore economico della PA” (-6,4%) e nella sanità (-4,2%). Tuttavia nel servizio sanitario nazionale il personale stabile resta identico o in leggerissimo aumento (+0,5%), mentre cresce quello con contratti di altro genere che passa da 29mila a 56mila persone.

Come anticipato, in sei anni aumentano nel complesso i posti nell’istruzione ma con due direzioni ben diverse: più lavoro a tempo indeterminato nella scuola, molto meno all’università dove invece si tratta di contratti atipici.

La prima puntata la trovate qui. 

 

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