Il monitoraggio dei casi di COVID-19 nella fase due parte in salita, con diversi regioni che non hanno fornito i dati necessari per verificare qual è il reale andamento dei casi dopo le riaperture e una mancanza generale di trasparenza nelle informazioni.

Il ministero della Salute in un decreto del 30 aprile sottolinea che “in assenza di un vaccino o di un trattamento farmacologico efficace, e a causa del livello di immunità della popolazione ancora basso, può verificarsi una rapida ripresa di trasmissione sostenuta [del virus] nella comunità”. Per questa ragione diventa fondamentale “l’implementazione e il rafforzamento di un solido sistema di accertamento diagnostico, monitoraggio e sorveglianza della circolazione di SARS-CoV-2”.

Lo stesso decreto ha quindi previsto 21 indicatori diversi che gli enti locali possono (e talvolta devono) rendere noti, come per esempio il numero di casi sintomatici per data, da quando la persona ha cominciato a manifestare sintomi della malattia, i ricoveri in terapia intensiva, il numero di persone che lavorano al tracciamento dei contatti dei malati e così via. Eppure diverse di queste informazioni non sono ancora arrivate, il che rende molto difficile valutare accuratamente dove le cose stanno migliorando o peggiorando, e in che misura.

Il risultato di questo processo è il primo rapporto del sistema di monitoraggio in cui diciotto regioni o province autonome sono state classificate “basse” (livello 2), a indicare una bassa probabilità di aumento di trasmissione e un basso impatto sui servizi assistenziali, con dieci aree dall’incidenza settimanale “bassa e intermedia-bassa in cui il lockdown ha impedito il diffondersi dell’infezione” e altre otto dall’incidenza alta e intermedia-alta con una situazione complessa ma controllata.

Sono invece tre quelle classificate come “moderate”. La prima è il Molise, la seconda è l’Umbria, l’ultima è la Lombardia.

 

 

Ma come ricorda il rapporto stesso “permangono alcune fragilità per la completezza dei dati”, fattore che limita la nostra capacità di capire in maniera rapida e puntuale qual è la situazione. In mancanza di tutti gli indicatori, i rischi diventano molteplici. Le Regioni valutano in autonomia la propria situazione, e in base ai risultati decidono se adottare ulteriori misure per stringere o allentare le restrizioni. Questo crea un incentivo perverso a monitorare soltanto gli indicatori che si preferiscono in base ai risultati che si vogliono ottenere ignorando quelli opzionali che magari ci dicono qualcosa di scomodo.

In mancanza di tutti i dati, poi, un ulteriore problema sta nel cercare di riassumere un fenomeno estremamente complicato in un unico numero soltanto perché è l’unico che abbiamo a disposizione.  È appunto il caso della misura chiamata Rt, o indice di riproduzione netto, che indica il numero medio di nuove infezioni generate da un malato a una certa data. Certamente si tratta di una misura fondamentale da tenere sott’occhio, perché con “un valore inferiore alla soglia critica di uno, il numero di nuove infezioni tenderà a decrescere tanto più velocemente quanto più è lontano dall’unità. Per contro, quanto più Rt supera uno, tanto più rapidamente aumenterà il numero dei contagi. Un Rt sopra soglia, anche in presenza di un numero basso di casi, è un campanello di allarme sull’andamento epidemico”. Ma allo stesso tempo non sempre è ragionevole decidere nuove aperture o chiusure in base a un singolo numero, soprattutto nel momento in cui esso può essere stimato correttamente solo con un ritardo di quindici giorni. Per esempio il dato completo di Rt è stato calcolato con dati che arrivano fino al 26 aprile (quindi prima della riapertura), e i risultati successivi sono – come si premurano di evidenziare gli stessi esperti che li hanno realizzati – da considerare ancora incompleti.

 

In più, sottolinea il documento, “quando il numero di casi è molto piccolo, alcune regioni possono andare temporaneamente sopra soglia (Rt>1) a causa di piccoli focolai locali che finiscono per incidere sul totale regionale, senza che questo rappresenti un elemento preoccupante”. Questo non è un problema della misura in sé: un metro serve per misurare una lunghezza e nulla più, mentre sappiamo che gli esperti che lavorano alla (difficile) stima di questo parametro includono epidemiologi fra i migliori al mondo nel loro lavoro.

È cauto anche Alessio Farcomeni, professore di statistica all’università Tor Vergata di Roma, secondo cui “lascia un po’ scoraggiati che in diverse settimane di emergenza non sia stato ancora migliorato il sistema informativo e i dati a disposizione dell’ISS siano così incompleti e raccolti in ritardo”. In più, aggiunge, “oltre alle lacune nel report, molte delle quali possono essere sperabilmente superate, mi preoccupa l’uso che se ne vuole fare. Il monitoraggio da parte del ministero della salute sembra basarsi su diversi indicatori (incluso Rt) e un albero di decisione. Ma una limitazione è che viene ignorata l’incertezza nelle stime (sintetizzata dagli intervallo di confidenza). Quando l’unità è inclusa nell’intervallo di confidenza per Rt, sarebbe opportuno sospendere il giudizio e basarsi su altri indicatori per prendere decisioni. Utilizzando la sola stima di Rt le intere regioni Molise e Umbria sono passate da rischio basso a moderato per la semplice scoperta di piccoli cluster di pazienti asintomatici. La situazione in quelle regioni è in realtà al momento sotto controllo, e speriamo resti tale”.

 

“Inoltre, conclude, “non riesco a trovare un documento che chiarisca su quali basi scientifiche siano stati scelti i criteri di aggregazione degli indicatori, e se le soglie utilizzate sono ottimali. Ho l’impressione che questa parte sia un poco ingenua e quindi non determinata da criteri di ottimalità in termini di capacità di dare allarmi precoci e affidabili, minimizzando il rapporto costo-efficacia degli interventi”.

Preoccupazione viene espressa anche dalla Fondazione GIMBE, istituto indipendente di ricerca e formazione in ambito sanitario, che in un comunicato ricorda come “la decisione di affidare alle regioni una totale autonomia sul monitoraggio dell’epidemia e sulle conseguenti azioni da intraprendere avviene in un contesto molto incerto e poco rassicurante”. Gli enti locali infatti “non hanno fornito a livello centrale tutti i 21 indicatori previsti dal decreto del ministero della salute del 30 aprile scorso. In particolare, non riporta nessuno dei 12 indicatori di processo e nel “quadro sintetico complessivo” dettaglia solo 5 dei 9 indicatori di risultato, peraltro non tutti coincidenti con quanto previsto dal decreto, e quindi non utilizzabili per l’applicazione degli algoritmi e la definizione del livello di rischio”.

 

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