Pubblichiamo un estratto del libro di Ludovica Carlesi Manusardi, “Eroi della scienza. Esploratori dell’ignoto” (Bietti)

Quando nel 1969 l’astronauta Neil Armstrong mise per la prima volta il piede sulla Luna, si realizzò uno dei sogni più incredibili del genere umano: volare via dal pianeta Terra non solo per entrare nella sua orbita, ma per camminare su un altro corpo celeste. Ricordo benissimo il mattino del 20 luglio di quell’anno: lo sguardo incollato al televisore aspettando che dal modulo lunare uscisse la sagoma goffa e bianca dell’astronauta americano, l’urlo di gioia del mondo intero quando avvenne il contatto. Rammento anche le parole che dissi a mio figlio Nicola di appena due anni: «Guarda bene e non dimenticare mai: questo è un grande momento per la scienza, un sogno che si avvera per tutta l’umanità». Credo che se ne ricordi ancora.

Ma cosa ci va a fare un uomo nello spazio? Perché siamo andati sulla Luna? Per vari motivi, ma soprattutto per il desiderio incontrollabile e mai appagato di capire, di esplorare, di superare i limiti umani… e per vedere da lontano come appare la Terra; in fondo è anche questo uno dei sentimenti forti che spingono gli astronauti ad andare lassù. Nespoli ne parla con calma scegliendo con cura i termini e, dalle sue parole, dal tono incantato della sua voce, si intuiscono le sensazioni provate guardando il nostro pianeta da 400 chilometri di distanza.

Dalla Stazione Spaziale, la Terra appare diversa; si ha una visione d’insieme, impossibile da sperimentare sulla superficie. C’è la stessa differenza tra l’osservare un quadro con il naso appiccicato alla tela e il rimirarlo da due metri di distanza. Guardare da così lontano significa non distinguere più tra un “qui io” e un “lì voi”, c’è un “noi” e basta, c’è un tutt’uno. Ci sono sette miliardi di esseri umani che tutti insieme stanno vivendo su questo pianeta così unico, una grande nave che viaggia nell’universo. Una nave delicata – aggiunge Nespoli – che appare fragile e resistente allo stesso tempo e che dobbiamo imparare a gestire con l’attenzione necessaria alle sue non illimitate risorse. La Terra è bellissima, e nel giro di circa un’ora il panorama muta in maniera drastica. Si passa dall’alba al tramonto, si scorge l’alternarsi delle stagioni; immagini e colori di deserti e oceani si susseguono vertiginosamente. Nespoli sostiene che osservando il pianeta da questa particolare prospettiva si diventi terrestri migliori, più consapevoli; anche solo per questo tutti dovrebbero andare nello spazio.

Ciò che dice suona saggio e naturale. Difficile per chi non è mai stato nello spazio capire veramente cosa significhi galleggiare nel vuoto, privi di peso, sospesi nel silenzio, nel nulla o nel tutto, a seconda dei punti di vista. Ma oltre a questo c’è almeno un altro ottimo motivo per decidere di abitare per sei mesi nella Stazione Spaziale: le ricerche sulla scienza della vita. Lassù il tempo è dedicato per il 50% al funzionamento degli impianti, svolgendo normali compiti di mantenimento; per il resto ci si dedica alle attività scientifiche programmate. Gli astronauti sono anche un po’ come cavie umane, il braccio vivente degli scienziati che si trovano sulla Terra.

Oggetto di questi studi è innanzitutto l’effetto della microgravità sull’organismo dell’uomo, in particolare sull’osteoporosi, patologia che negli astronauti si manifesta sin dalle prime missioni. La perdita di calcio osseo in orbita è dieci volte più intensa e veloce che sulla Terra. Si tratta quindi di un’occasione unica per capire come e perché si generi un simile fenomeno e quali possano essere le contromisure fisiche, chimiche e farmacologiche.

Eroi della scienza. Esploratori dell'ignoto - Bietti editore
Eroi della scienza. Esploratori dell’ignoto – Bietti editore