La probabilità che scoppi una pandemia – che si tratti di influenza aviaria, di Ebola, di influenza suina o di un’altra malattia molto contagiosa – è sempre alta. E la preoccupazione di metterci troppo tempo, prima a decodificare geneticamente i patogeni mortali e poi produrre vaccini di massa (come è avvenuto durante l’epidemia di Ebola nel 2014 che ha ucciso oltre 11mila persone),  spinge i ricercatori a guardare a tecnologie futuribili, come il teletrasporto dei virus.

I primi tentativi hanno funzionato: a partire da un file digitale, gli scienziati hanno riprodotto il virus della comune influenza. E’ successo a San Diego nei laboratori della Synthetic Genomics Inc. (Sgi) grazie a quello che si può definire il primo teletrasporto biologico.

Il convertitore biologico è in realtà un conglomerato di piccole macchine e robot di laboratorio, collegati tra di loro per formare una grande macchina, capace di fare qualcosa senza precedenti: stampare un virus partendo da un codice digitale trasmesso da lontano.

In una serie di esperimenti, gli scienziati della Sgi hanno usato istruzioni genetiche inviate per produrre automaticamente  il Dna del virus influenzale. Ma hanno anche prodotto un batteriofago funzionale, ovvero un virus che infetta le cellule batteriche e le uccide. Operazioni portate a termine solo da robot.

Il lavoro sul convertitore è iniziato nel 2013, quando Sgi e la farmaceutica Novartis hanno fatto una prova per capire se fosse possibile utilizzare i dati provenienti dai focolai di influenza per sviluppare rapidamente vaccini.

L’occasione si è presentata nel marzo di quell’anno, quando le autorità cinesi hanno segnalato infezioni da influenza H7N9 e hanno inviato la sequenza di Dna.

Due giorni dopo, senza aver avuto accesso diretto al virus ma solo alle sequenze digitalizzate, Sgi ha sintetizzato i geni H e N e stampato il Dna. Questi filamenti sono stati poi  spediti a Novartis, che li ha impiegati per generare stock di virus contenenti le nuove informazioni genetiche, utilizzate per la produzione di vaccini.

La tecnica potrebbe anche essere usata per trasmettere digitalmente la sequenza virale agli ospedali di tutto il mondo per iniziare a produrre l’antidoto guadagnando tempo prezioso. Il Darpa statunitense ha già mostrato interesse verso questa tecnologia al punto da avviare un programma specifico, il P3, che ha proprio lo scopo di fermare le pandemie entro 60 giorni dal primo focolaio.

Una prospettiva sorprendente e affascinante quella di far apparire la vita in un luogo diverso, che si scontra al momento con due tipi di problemi: il materiale genetico stampato dal convertitore digitale biologico soffre ancora di mutazioni casuali e di errori; la quantità prodotta è insufficiente per produrre vaccini che soddisfino la copertura di un intero Paese. I virus inattivati per produrre vaccini devono essere coltivati in mille miliardi di uova di gallina, processo che richiede almeno 6 mesi. Ma ormai abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo digitalizzare la vita, anche se su microscala, che apre tutta una serie di opportunità, tra cui quella di creare organismi sintetici su misura e teletrasportarli nell’universo.