Sospetto che una delle ragioni di successo dell’open innovation, come slogan più che come modello di profonda trasformazione delle politiche di innovazione aziendale, sia dipeso dall’uso dell’aggettivo “open”, che concorre in altre formule di gran moda, come open access o open source. Ma di là dall’uso comune di questo rassicurante aggettivo, le tre formule hanno ben poco da spartire. L’apertura, negli ultimi due casi, è stata sinonimo seducente di ribellione alla proprietà intellettuale (nel software, così come nei contenuti della creatività umana) o di insofferenza per modelli troppo rigidi di appropriazione della conoscenza di fronte alle dilatate possibilità di collaborazione e (co-)creazione offerte dalle tecnologie digitali.

Sui rapporti tra open innovation e proprietà intellettuale, soprattutto nelle forme brevettuali che tutelano l’innovazione a contenuto tecnologico, Chesbrough è stato molto più che chiaro; è stato inequivocabile, da almeno due punti di vista. Il primo: senza proprietà intellettuale l’open innovation non è nemmeno concepibile perché nessuna impresa sarebbe aperta alla condivisione se ciò comportasse la perdita della conoscenza a beneficio dei propri concorrenti; ciò che però va cambiata è la chiave di lettura e ci si deve predisporre all’utilizzo della proprietà intellettuale come strumento di collegamento, anziché soltanto di esclusione. Il secondo, forse ancora più importante: non c’è un valore intrinseco della proprietà intellettuale; esso dipende piuttosto dal modello di business che ogni impresa dovrebbe adottare per realizzarlo, a partire dalle opportunità offerte dalle licenze, fino alle forme complesse di cooperazione tecnologica, come i patent pool.

A distanza di anni dai primi libri di Henry Chesbrough, quando la dottrina dell’open innovation è stata teorizzata, il rapporto tra la proprietà intellettuale e l’open innovation, a dispetto della chiarezza del messaggio iniziale, resta equivoco, per più di un motivo.

Il diffuso malcontento verso la proprietà intellettuale (e soprattutto verso i brevetti), che si è generato ed è persino giustificato in alcuni settori, ha finito per dare una versione distorta dei fenomeni anche là dove l’esclusiva rimane elemento ineliminabile delle strategie aziendali. Come dire che aver fatto di tutta l’erba un fascio non ha giovato alla chiarezza e alla diffusione di quello che autenticamente deve essere inteso come open innovation. Dopo tutto, il sottotitolo di uno dei libri di Henry Chesbrough faceva riferimento alla generazione del profitto a partire dalla tecnologia e la proprietà intellettuale non è altro che uno strumento di appropriazione dei vantaggi competitivi che vengono creati con l’investimento in ricerca, sviluppo, cooperazione tecnologica.

All’altra ragione di equivoco ha forse inconsapevolmente contribuito lo stesso Chesbrough, perché i suoi libri parlano di IBM, di Intel, di Eli Lilly e Xerox. Tra questi campioni di innovazione non si vedono imprese europee e – circostanza appena più problematica – non compaiono mai le piccole e le medie. L’open innovation viene raccontata – e così forse percepita – come un affare per i grandi. Esattamente come, più spesso che no, viene intesa la proprietà intellettuale; un mondo dove servono capitali, professionalità, avvocati agguerriti e manager competenti. Tutti ingredienti che, complessivamente, sono fuori dalla portata delle PMI, almeno fin tanto che un investitore (private equity o venture capital) non imponga un cambiamento di prospettiva, ricordando (qualche volta nemmeno troppo convintamente) le ragioni della difesa del vantaggio competitivo.

È tutto vero: la proprietà intellettuale costa e soprattutto la protezione brevettuale, per mercati globalizzati, non è alla portata di tutti (forse non lo deve nemmeno essere); la proprietà intellettuale è complessa da gestire e richiede quel complesso di competenze che nella piccola impresa tradizionale mancano (ma forse le cose stanno cambiando anche grazie ai numerosi percorsi accademici che si sono aperti negli ultimi anni); la proprietà intellettuale porta con sé il rischio del contenzioso, anche se sui diversi milioni di brevetti in vigore oggi nel mondo una percentuale inferiore al 5% è oggetto di controversie legali (e il sospetto – di Mark Lemley, non solo di chi scrive – è che lo siano quelli che veramente valgono).

Open innovation, però, non doveva essere una panacea, né la medicina lungamente attesa alle disfuzioni dei sistemi brevettuali mondiali. L’open innovation è un modo di innovare e la proprietà è uno degli strumenti per assicurare i flussi in entrata e in uscita della tecnologia proprietaria. L’antico adagio cinese ricorda che quando il saggio indica la luna, lo stolto non deve guardare il dito. Qui non si tratta di fare più o meno brevetti o più o meno licenze, ma di ripensare l’organizzazione aziendale perché sia possibile un’osmosi benefica tra l’interno e l’esterno delle imprese e degli enti di ricerca. La proprietà intellettuale è un enzima, un elemento che deve accelerare e rendere più sicuri i processi e garantire i risultati. L’open innovation non è basata sulla proprietà intellettuale ma – è questo il messaggio più potente – sull’uso che se ne fa e sui risultati che si ottengono.

E proprio sui risultati occorre spendere qualche ultima parola, proprio alla luce di quello che si legge tra le righe dei molti contributi che ci sono stati sull’open innovation. Come dicono in Intel, tutto quello che si può misurare migliorerà. L’uso della proprietà intellettuale non sfugge a questa regola. È necessario che il ripensamento dei modelli di business con al centro la proprietà intellettuale si traduca in risultati, che per l’impresa sono gli indicatori di bilancio. Su questo aspetto le imprese tecnologiche europee sono ancora indietro o, forse, fanno ancora fatica a dimostrare – a differenza di alcuni settori come quelli del lusso, per esempio – che gli EBIDTA risentono di più consapevoli e radicali strategie di valorizzazione dell’intangibile aziendale.

Come al solito qualcuno dirà che, no, a casa sua non è così e l’open innovation è già una realtà. Ma ci vogliono prove e una prova verrà, almeno in Italia, dai risultati del patent box, quando sarà chiara la misura del beneficio fiscale connesso con l’uso della proprietà intellettuale e gli investimenti aziendali. Soltanto chi avrà adottato sul serio l’open innovation avrà vantaggi sostanziali. E non manca molto a questa piccola, ma importante, prova della verità.