“Apocalittici e integrati”, scriveva Umberto Eco. Il mondo tecnologico è passato dai beat alla “bit generation”, dall’overload al multiload. Ma se l’integrabilità, e le comunicazioni multimediali, nel mondo dei social network si sono avverate, l’Apocalisse è ancora al di là da venire. Su presente e futuro della tecnologia, molti sono gli studiosi che si interrogano su quale è, e quale diventerà, il legame – il link – fra Uomo e Tecnologia. Evgeny Morozov, sociologo dei nuovi media, pubblica un libro che si basa su un assunto semplice quanto dichiarato: «Internet non salverà il mondo».

Internet non salverà il mondo, di Evgeny Morozov, Mondadori, 19 euro
Internet non salverà il mondo, di Evgeny Morozov, Mondadori, 19 euro

L’analisi di Morozov, bielorusso, classe 1984, non lascia adito a dubbi. Usiamo la tecnologia come rimedio, e soffriamo di soluzionismo. Il mondo si comporta come se tutto fosse ormai, solo, un problema da risolvere comprese le relazioni e il quotidiano: «Il tema del mio prossimo libro sarà lo “spazio pubblico”. Henri Lefebvre parlava di “spazio” e della percezione che ne hanno i singoli individui, vi sono stati sempre dei mediatori economici che ci hanno permesso di conoscere lo spazio, relazionarci col tempo.  A livello epistemologico alcuni fattori dipendono dalla Storia, altri dalla tecnologia: avere un Gps, o indossare i Google glass, è diverso che andare in giro con una bussola (…) La tecnologia ha reso lo spazio più “leggibile”, è in grado di normare lo spazio. Ognuno di noi quando usa la tecnologia assume su di sé dei sistemi di reputazione e identità che, automaticamente, diventano “cosa pubblica”».

Un’ipotesi che sembra appena uscita da un libro di fantascienza di P.K. Dick, Morozov continua: «Se l’hotel in cui siamo volesse fare una selezione degli ospiti, oggi potrebbe mettere dei droni a presidio dell’albergo, matchare i nostri profili Facebook e vedere quanti amici “non in linea” con le politiche dell’albergo ci sono… Il modo in cui i sistemi di feedback digitale producono ripercussioni reali è evidente, sia in termini di spazio che di tempo». E ancora: «Alcuni scienziati stanno studiando lo “schema del sonno” umano, al fine di ottimizzare il sonno: dormire meno ma meglio». Una prescrizione per lavorare di più, dice Morozov. La pericolosa, suadente, promessa della tecnologia: «Così anche il tempo (inconsapevole) potrebbe divenire una comodity, calcolabile e controllabile. Ogni processo leggibile, inscrivibile in un database».

Per Morozov l’esistenza umana oggi  «è una vita dominata dall’imperativo della crescita: dobbiamo generare più “contatti” e questo, in qualche modo, farà crescere l’economia, anche se determina problemi di privacy. Ci siamo assoggettati al “dovere” di dare sempre più informazioni. Ma vi siete mai chiesti: Perché?». Nel futuro: «Della tecnologia, forse, si rivedrà l’infrastruttura; si potranno emettere maggiori informazioni,  l’obiettivo sarà la conoscenza umana, a prescindere dall’impatto economico (in alcuni casi, anche contro gli interessi delle Corporation). In generale, vi sarà sviluppo ma meno crescita».

Questi sono gli anni delle democrazie e delle rivoluzioni tecnologiche. Da Orwell ai Radiohead, 2+2=5. Il rapporto “mezzi/fini” spesso ha derivato il controllo in dominio: «La domanda ha a che vedere con il controllo e il futuro del controllo in un mondo tecnologizzato: parte di quel controllo verrà esercitato attraverso la propaganda, il vecchio vocabolario: sistemi più affidabili per produrre conoscenza e sistemi gestiti da una teleologia politica che garantisce la verifica dei dati; i media digitali, le tecnologie potrebbero rendere più facile questa manipolazione; da un certo punto di vista, non sappiamo nemmeno come vengano generate le ricerche su Google Search, o se c’è qualcuno che paga per l’indicizzazione dei risultati… Il paradosso e la tragedia è che non lo sa nemmeno Google, che però guadagna proprio grazie alla sua ignoranza! (…) Google funziona come una “scatola nera”, non ha bisogno di capire quello che sta facendo per essere efficace, e i modi in cui gli attori coinvolti possono nascondere le proprie attività o produrre la loro pseudo-conoscenza è reso possibile dall’opacità degli ambienti tecnologici».

Per uscire da questa logica del controllo per il sociologo: «Occorre comprendere come governare il “sé”, la propria condotta come diceva Foucault. Oggi, l’unico ruolo dei governi è creare strutture informative che consentano ai cittadini di adattarsi al mercato autoregolato; in questa visione omeostatica del capitalismo siamo vicini al liberismo che governa il sistema. Ma di quale democrazia parliamo se continuiamo a sostituire il termine “tecnologia” con quello di “dispositivi”?»

L’errore del “mondo-Internet”: «Non dirò niente che non abbia già detto Heidegger: i sistemi tecnologici, quando funzionano, tendono a scomparire, a “non esistere”. Se cerchi di rendere politica questa filosofia, raggiungi la conclusione che gli errori che emergono mostrano il sistema che dai per scontato, ne rivelano le norme incorporate. Il mondo-Internet invece usa un modello cibernetico, per raggiungere un obiettivo omeostatico stabile, attraverso feedback, utilizzando funzioni predittive affinché i problemi non si verifichino (!)». Ma così non si cresce, chiude Morozov: «Questa scienza dell’instabilità insipiente, e in tempo reale, cerca di eliminare i problemi prima che accadano. Elimina quegli “spazi di conflitto” che servono invece a sollevare questioni politiche utili a capire cosa non va nel sistema attuale e, magari, produrne un altro più conforme. Il sistema nel quale ci muoviamo è solo apparentemente tecnologico e amico del progresso, in realtà è un sistema conservatore, creato appositamente per bloccare ed eliminare tutti i problemi intellettuali che potrebbero portare ad attriti». Ergo, veri cambiamenti?

Il video dell’intervista