Negli anni Settanta basandosi sulla termodinamica, Nicholas Georgescu-Roegen, padre della moderna bioeconomia, intuì che qualsiasi sistema economico che produce merci impiega energia che non si ricostituisce, ovvero diminuisce la sua futura possibilità di produrre altri beni materiali. Riprendendo il principio di indeterminazione di Heisenberg, l’energia perduta/immessa nella produzione diviene così misura dell’efficienza raggiungibile. E il suo valore meccanismo di trasformazione per qualsiasi sistema: «Dopo il socialismo e il capitalismo stiamo per assistere alla nascita di un nuovo sistema economico ibrido!». Secondo Jeremy Rifkin il capitalismo è finito, o almeno il killer capitalism competitivo, utile nella prima fase per far emergere i “vincenti”.

"La società a costo marginale zero. L'internet delle cose, l'ascesa del Commons colaborativo e l'eclissi del capitalismo di Jeremy Rifkin, Mondadori, 22 euro
“La società a costo marginale zero.”di Jeremy Rifkin, Mondadori, 22 euro

In «La società a costo marginale zero. L’internet delle cose, l’ascesa del “commons” collaborativo e l’eclissi del capitalismo» (Mondadori, € 22,00) l’economista riprende il discorso di Georgescu-Roegen: «La classica teoria economica è una disciplina moribonda. Fin dal 1700 qualsiasi legge economica ha seguito la fisica di Newton, fu così per la «mano invisibile» di Adam Smith e per la legge di Baptiste Say: «l’offerta crea da sé la propria domanda». Per Rifkin invece: «L’economia si basa sulle prime due leggi della termodinamica: la legge della conservazione, nulla si crea, nulla si distrugge; l’energia di ogni processo oltre a essere costante, cambia».

L’entropia: «Entra a far parte del processo a ogni passaggio, ma una grande quantità viene sprecata: il Pil non è la misura della nostra ricchezza quanto del debito che abbiamo nei confronti della Natura, come diceva John Locke. Il “vero” valore dei beni è l’Aggregate Energy Efficiency», in grado di quantificare al meglio ogni prodotto in base al legame comunicazioni-energia-logistica: «E, studiando la termodinamica mi sono accorto di un altro paradosso: più ci si avvicina al costo marginale zero più aumenta la produttività e questo dà origine alla nuova economia: i Commons Collaborativi».

Dalla logica di Newton alla termodinamica, dunque, anche nei rapporti economici.
E se è vero che quando mutano i paradigmi di un sistema si assiste alla sua rivoluzione, come ipotizzava Thomas Kuhn, anche nel suo ultimo libro Rifkin parla del futuro come di un tempo di collaborazione, di condivisione e auto-produzione di contenuti e merci: «Siamo agli albori di una nuova Rivoluzione industriale che farà passare l’Aee dal 13 al 40% o addirittura al 60% in 30-40 anni. Con un’estrema produttività di beni e servizi».

Se Fukuyama predisse la fine della storia, Rifkin scrisse la fine del lavoro prospettando l’iper-specializzazione e il non profit come rimedi alla crisi: in realtà, a distanza di anni la tecnologia non ha “liberato” Prometeo, piuttosto l’ha reso senza reddito. Nell’attuale apparente «democrazia tecnologica» – posso comprare un iPhone, ma non le competenze per usarlo – dell’Era digitale: «Wikipedia, YouTube, newsblog: sono centinaia di milioni gli utenti prosumer che producono contenuti», osserva a distanza di anni l’economista: «Il vero paradosso è che la tecnologia aiuta a ridurre i costi marginali, ovvero ad aumentare i profitti… Ma nessuno aveva previsto che si sarebbe arrivati al costo marginale zero. Ed è per questo che il capitalismo non funziona più!».

Anche se il rapporto capitale/lavoro è stato lo strumento con cui il capitalismo ha eternato la sua performance, esportando le crisi cicliche. E anche se le utopie ecologiche di cui lo stesso Rifkin parlava qualche anno fa sono fallite, siamo ancora in tempo per non estinguerci: «La logica del costo marginale zero è una metrica per la sostenibilità: meno risorse, meno energia, salvaguardia del pianeta. Ci aspetta un nuovo viaggio – chiude Rifkin –, ma migliore del precedente».