I nuovi modelli di business offrono alle imprese ottime possibilità di scelta per passare alla circular economy. Ma non sarebbe possibile applicare molti di questi modelli su una scala più ampia senza il supporto di tecnologie innovative. Le innovazioni digitali negli ambiti delle tecnologie social, mobile, analytics, cloud-based e della comunicazione machine-to machine (M2M) sono particolarmente efficaci nel connettere i canali fisici a quelli digitali e le persone all’«Internet delle cose». Pensiamo soltanto al modello di business piattaforma di condivisione (per esempio il car sharing o la condivisione di beni nell’industria) e al modello estensione della vita del prodotto (per esempio alla manutenzione, alla riparazione e alla rimessa sul mercato). Questi non sono concetti nuovi, ma laddove tradizionalmente i costi informativi, i requisiti di manodopera e gli ostacoli alla collaborazione creavano barriere all’applicazione su larga scala, la tecnologia oggi le sta abbattendo.

La condivisione di beni di consumo o di macchinari produttivi storicamente richiedeva soluzioni su misura e molta manodopera per scambiare informazioni, programmare consegne, monitorare la posizione e lo stato dei beni e così via. Aziende come Nexia e Innoverne oggi stanno automatizzando simili attività logistiche mediante software di controllo remoto nel caso di Nexia, e in quello di Innoverne tramite piattaforme software white-label che trasformano i prodotti in servizi e gestiscono la logistica multinegozio e multicanale, quella relativa all’e-commerce dall’inizio alla fine e la logistica inversa. La progettazione delle catene del valore volta a integrare i modelli di business circolari fino all’utilizzo da parte del cliente e al reso rappresenta una nuova frontiera di grande importanza per il digitale. Può rivoluzionare l’assistenza e la flessibilità, creando un contesto in cui il mondo fisico e quello digitale si  fondono e i prodotti iniziano a fluire tra gli utenti, i mercati e i cicli di vita, generando costi di transazione molto contenuti.

I leader della circular economy stanno alimentando il proprio successo grazie a dieci tecnologie disruptive che appartengono a tre categorie: digitali (tecnologia informatica), ingegneristiche (tecnologia materiale) e ibride (un mix tra le prime due). Queste tecnologie stanno mettendo a disposizione delle imprese nuovi, potenti modi non solo per creare e gestire filiere più produttive dal punto di vista delle risorse, ma anche per entrare in contatto con una base più ampia di clienti e a un livello più profondo che mai.

Le tecnologie digitali consentono scambi di informazioni in tempo reale tra utenti, tra macchine e tra sistemi di gestione. Sono intrinsecamente focalizzate sul cliente e offrono le modalità di contatto necessarie per mantenere vivo il rapporto ben oltre il punto vendita. Potenziano la visibilità e il controllo degli asset in remoto, due aspetti particolarmente critici per i modelli di business Prodotto come Servizio, Piattaforma di Condivisione ed Estensione della Vita del Prodotto. Poiché rendono possibile la dematerializzazione e cambiano la modalità in cui interagiamo con gli asset materiali e con quelli digitali, possono trasformare le catene del valore in modo tale che non abbiano più bisogno di risorse aggiuntive per crescere.

Le cinque tecnologie digitali più comuni sono la tecnologia mobile, la tecnologia social, il cloud computing, la comunicazione M2M e i big data analytics. (…)

Mentre le tecnologie digitali sono un fenomeno relativamente recente, le tecnologie ingegneristiche nate da svolte scientifiche sono in circolazione da decenni. Tre tipi di tecnologie ingegneristiche particolarmente cruciali per un’implementazione efficace dei modelli di business circolari sono il riciclo avanzato, la progettazione modulare e le scienze biologiche e dei materiali. Queste tecnologie permettono di fabbricare nuovi prodotti a partire da risorse rigenerate e offrono soluzioni a costi convenienti per la raccolta, la restituzione e la lavorazione dei beni e dei materiali in vista del riciclo e della rigenerazione. (…)

Sotto molti aspetti le tecnologie ibride offrono il meglio sia rispetto alle tecnologie digitali sia rispetto a quelle ingegneristiche, poiché permettono di esercitare un nuovo tipo di controllo sui flussi dei beni e dei materiali. Consentono a un’azienda di identificare per via digitale storia, ubicazione, stato e applicazione dei materiali e degli asset e al tempo stesso rendono possibili nuove modalità di gestione, raccolta, trattamento e rilavorazione degli stessi. Le tecnologie ibride più promettenti che abbiamo identificato attraverso la nostra ricerca sono i sistemi di tracciamento e restituzione e la stampa 3D. (…)

Le nuove tecnologie hanno messo le imprese in condizione di accelerare il progresso verso l’economia circolare. Fino a poco tempo fa, semplicemente, non esistevano gli strumenti necessari per supportare le tipologie di modelli di business (di economia ciroclare ndr.), perlomeno non su una scala  sufficientemente larga da avere un impatto. Oggi la confluenza delle tecnologie digitali, ingegneristiche e ibride sta generando una nuova ondata di imprese circolari che sembrano inevitabilmente destinate a crescere sulla scia dell’evoluzione tecnologica.
Ancora oggi, però, pur essendo così promettenti, le tecnologie di per sé non daranno alle imprese ciò di cui hanno bisogno per eccellere nei modelli di business circolari che scelgono di applicare. Devono essere abbinate a una gamma di nuove capacità trasversali, essenziali perché nuovi modi di lavorare si sviluppino ed entrino a regime.

Il brano è tratto dal nuovo libro di Peter Lacy “Circular Economy. Dallo spreco al valore” di cui Fondazione Italiana Accenture promuove la traduzione italiana. Il volume (scritto assieme a Jakob Rutqvist e Beatrice Lamonica) è edito da Egea, (300 pp, 35 euro) sarà presentato martedì 10 maggio alle ore 17 presso l’Università Bocconi.