Il recente studio dall’Ocse, «Students, computer and learning: Making the connection», basato sui dati dell’indagine 2012 evidenzia un elemento solo apparentemente sorprendente: le tecnologie, pur indispensabili, da sole non bastano per migliorare gli apprendimenti, occorre investire di più sulla formazione degli insegnanti. Solo la relazione con i docenti può “fare la connessione” tra tecnologie digitali e stili di apprendimento degli studenti. Ma in questi anni gli investimenti si sono orientati altrove. Anche nei paesi più “tecnologici” come gli Usa, la Gran Bretagna e la Finlandia non si evidenzia un miglioramento significativo negli apprendimenti scolastici rispetto a paesi come la Corea e il Giappone, che sono eccellenti nei punteggi Ocse-Pisa – ma dove gli studenti usano meno il computer e internet. I migliori sono poi gli studenti che a scuola fanno un uso “moderato”: dunque sia il “non utilizzo” che l’uso eccessivo delle a scuola sono “negativi”. Questo dato si spiega, a nostro avviso, con due ordini di ragioni.

In primo luogo è evidente che nella fase iniziale della digitalizzazione dei sistemi scolastici ha dominato in molti paesi il determinismo tecnologico. Si è privilegiato lo stanziamento di fondi per l’hardware con l’idea che le macchine potessero “sostituire”, almeno in parte gli insegnanti e ridurre conseguentemente i costi.  In secondo luogo, non si è investito a sufficienza nell’innovazione didattica e metodologica, oltre che in quella formazione in grado di “aumentare” (e non “diminuire”!) il ruolo degli insegnanti. I nativi digitali hanno, infatti, in questi anni sviluppato una cultura partecipativa digitale (Jenkins, «Culture partecipative e competenze digitali», 2011) che è esponenzialmente cresciuta ma solo, nell’area dell’intrattenimento, del gioco o delle relazioni sociali. Si è formata, cioè, sui video-game, su YouTube e WhatsApp. Per il link con l’apprendimento manca ancora un forte investimento sulle “metodologie attive” di impronta costruttivista e sulle competenze di media education. Ad esempio, metodologie quali il problem based learning cooperativo, o la didattica laboratoriale ed esperienziale che possono trasformare gli spazi dell’”istruzione” in “laboratori di ricerca attiva” e di apprendimento significativo e non nozionistico. Si tratta di sfruttare il potere di simulazione e di condivisione del sapere delle macchine (simulazioni interattive e serious game) per permettere agli studenti di applicare produttivamente la loro cultura partecipativa digitale alle tematiche dell’apprendimento. In Italia il problema è aggravato dal fatto che siamo gravemente sotto la media Ocse sia negli investimenti nell’istruzione che nella sua digitalizzazione della scuola. Di più, soprattutto dopo la riforma Gelmini, molte delle nostre scuole superiori sono “antichi templi” di diffusione e trasmissione di un sapere enciclopedico-nozionistico, ormai sempre più lontano dalla esperienza concreta di vita dei giovani. La Buona scuola di Renzi pare contribuire a una inversione di tendenza: connettività e non macchine, formazione metodologica e non tecnologica. Lo speriamo davvero, altrimenti il “valore aggiunto” della tecnologia a scuola non si manifesterà che marginalmente. Il report Ocse, lungi dal mettere in discussione il ruolo fondamentale che le tecnologie debbono svolgere a scuola, ci avverte che «la tecnologia può migliorare una buona didattica ma non po’ sostituirsi a lei».