Laurene Powell, vedova di Steve Jobs, investirà 50 milioni di dollari della fortuna lasciata dal fondatore di Apple sul futuro della scuola. I fondi finanzieranno il progetto Xq, un contest per una scuola che sostituisca l’attuale high school americana. In poco più di un secolo «siamo passati dal modello T di Henry Ford alla Tesla, dal telefono a commutazione allo smartphone», si legge nella presentazione del progetto, mentre «il modello di high school è rimasto fermo ad allora». Xq chiede a studenti, docenti, manager, esperti di pedagogia o architetti di mettere insieme esperienze e sperimentazioni per disegnare un modello didattico innovativo.

In ogni caso non potrà essere una scuola che si limita a riempirsi di computer, lavagne interattive e connessioni a internet. Il giudizio dell’Ocse è chiaro: le esperienze finora non indicano che l’introduzione della tecnologia in classe porti a un miglioramento delle performance scolastiche dei ragazzi. Al contrario, le verifiche sul campo dimostrano che oltre una certa soglia di utilizzo del computer il rendimento inizia a calare. È il de profundis per il sogno che il digitale possa trasformare la scuola? Nient’affatto! Evidentemente non è stato ancora costruito un modello pedagogico che sappia sfruttare il potenziale della tecnologia. «I sistemi educativi devono ancora individuare modalità efficaci per integrare la tecnologia nell’insegnamento e nell’apprendimento in modo da fornire ai ragazzi quelle competenze necessarie per affrontare il mondo del XXI secolo», afferma Andreas Schleicher, direttore education and skills dell’Ocse.

D’altra parte le competenze digitali sono cruciali per l’inclusione nella vita sociale, economica e lavorativa di domani. Ma il rapporto Ocse va oltre: non basta la competenza, bisogna imparare a delineare soluzioni digitali, sulla base della capacità di ragionamento e di problem solving. La tecnologia funziona quindi da supporto a didattiche innovative che pongono al centro gli studenti come protagonisti. Ne è convinto Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’Iit di Genova: «Sarà vincente chi sa connettere le proprie conoscenze applicandole ai problemi concreti: il sistema scolastico deve passare da un approccio enciclopedico, com’è ancora in buona parte oggi, a programmi focalizzati sul problem solving».

È il passaggio dalla conoscenza alla competenza, da un sapere approfondito, ma prevalentemente mnemonico e diviso tra singole discipline a un apprendimento costruito in maniera personalizzata lungo assi multidisciplinari, focalizzati sull’imparare a imparare, anche dagli errori, ad affrontare i problemi mettendo in connessione i propri saperi, a lavorare in maniera collaborativa. Per stimolare il confronto sull’istruzione, la Commissione Ue ha rilanciato questo mese il piano Education and training 2020 che indica sei priorità per lo sviluppo della scuola del futuro: tra queste «competenze effettive e di alta qualità mirate a mondo del lavoro, innovazione e cittadinanza attiva», «valutazione e riconoscimento delle competenze e delle capacità per facilitare l’apprendimento e la mobilità lavorativa» e «un’istruzione aperta e innovativa». Senza dimenticare un «forte sostegno per i docenti», perché, come riconosce anche l’Ocse, sono loro gli attori chiave del cambiamento, in grado di «avere la visione, e le capacità, per mettere in connessione studenti, computer e processo di apprendimento». «È indispensabile che i docenti diventino agenti attivi del cambiamento, nel progettare un approccio innovativo di carattere olistico, non solo digitale», afferma Marc Durando, direttore esecutivo di European Schoolnet, rete che unisce le istituzioni europee dell’istruzione.

Anche chi sta modellizzando una didattica fondata sull’autoapprendimento dei ragazzi non può prescindere da un ruolo di guida. Sugata Mitra è noto per l’esperimento Hole in the wall: ha piazzato dei computer nei muri di alcuni slum, scatenando la curiosità dei bambini che in poco tempo hanno imparato tutti a usarli e a navigare sul web, solo provando e imparando dagli altri. Da lì è nato un lavoro di ricerca per un modello di scuola fondato sulla capacità di autoapprendimento tra ragazzi. Il docente si limita a seguire il lavoro, con un ruolo più da genitore che da professore. Ma è lui a guidare i ragazzi nel porsi le domande giuste per passare da un semplice scambio di abilità tecniche a competenze complessive, a quelle doti che gli permetteranno di differenziarsi dalla manodopera digitale o dal robot che minaccia il loro lavoro.

Il grande cambiamento della “nuova rivoluzione delle macchine” rende ancora più stringente un ripensamento dell’istruzione che non può essere soltanto mirata alla formazione tecnica, che sia in campo digitale o ingegneristico. È vero che l’evoluzione delle macchine robotiche impongono una crescente necessità di gestione e manutenzione. Ma, come sottolineano Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee nel loro «The second machine age», «le tecnologie digitali tendono a trasformare il lavoro e il capitale tradizionali in semplici commodities: saranno gli individui ricchi di idee, non gli operai né gli investitori, la risorsa più scarsa del prossimo futuro».

Le macchine sono pensate per generare risposte, mentre la capacità di porre nuove domande interessanti rimane ancora una prerogativa dell’uomo. Che deve saperla sviluppare e coltivare. Una competenza che non si impara sui libri, ma che si acquisisce con modalità innovative di apprendimento e di collaborazione, magari anche con le macchine stesse. D’altra parte, prevede Kevin Kelly, «un domani sarete remunerati in base a quanto saprete lavorare bene con i robot».