Il filosofo Luciano Floridi non avrebbe mai voluto vedere Gangnam Style. Ma se n’è potuto rendere conto solamente a cose fatte: attratto dal numero record di click conquistati dal video su YouTube, si è incuriosito, ha cliccato e oggi il suo click conta, suo malgrado, come un apprezzamento. Non lo può cancellare.

I sistemi di valutazione online costituiscono una forte leva motivazionale per favorire la fruizione dei contenuti e il coinvolgimento attivo degli utenti. Ma secondo Floridi hanno aspetti problematici. Innanzitutto sono costruiti in maniera tale da promuovere manifestazioni di favore piuttosto che di contrarietà ai contenuti. Su YouTube si può senz’altro votare pollice verso, ma a pesare ben di più è il numero di click. E non è un caso se i nuovi emoji di Facebook non includono la possibilità di esprimere un “non mi piace”, o “ questo mi annoia”. L’effetto è paradossale: «Mentre prima una scelta binaria forzava il ricevente a un esercizio interpretativo, ora l’infantile lacrima o bocca aperta rendono ancora più povera la comunicazione delle proprie valutazioni. È una brutta abitudine a una semantica annacquata e banale che si sta diffondendo». Il vantaggio è tutto del marketing: «Si riduce il rischio».

Tale appiattimento a direzione unica ha come conseguenza quello che Floridi chiama l’effetto volano dei social network (ciò che è più visto, letto, ascoltato viene visto, letto e ascoltato sempre di più), ulteriormente amplificato dai filtri che in base a particolari algoritmi determinano, per esempio in Facebook, che cosa portare alla nostra attenzione e che cosa invece nascondere.

«Temo che l’impianto della valutazione a punti, stelline, cuoricini o emoji massifichi e banalizzi ogni valutazione», dice Floridi, che pure confida che in futuro possa diffondersi una maggiore articolazione del giudizio, com’è già il caso di Amazon ed eBay. «Ci si immagini un social network in cui l’utente abbia reali possibilità editoriali, di spostare, cancellare, modificare, aggiungere, unire, dividere, ri-prioritarizzare etc. i contenuti… Sarebbe un’esperienza molto più ricca ed “empowering”».

Non è così oggi, e i primi effetti della semplificazione attuata dai social networks sarebbero già riscontrabili: «Un impatto che mi sembra si possa identificare – osserva Floridi – è il prenderla per una cosa data. Per il teenager di oggi i social network sono come per noi l’automobile. È la vita, il mondo è fatto così – ci sono le autostrade, l’elettricità, c’è Facebook. A livello educativo mi pare che si possa rilevare al momento questa funzione di semiappiattimento. Così a un certo momento su Facebook si parla soltanto di Bruxelles e del terrorismo, poi dopo un po’ si parla soltanto dei Panama Papers, e ci si è dimenticati del terrorismo… Questo è un po’ triste: vuol dire che abbiamo a che fare con masse di individui e non con persone».

L’assenza di memoria, avvisa Floridi, apre la strada alla manipolazione. Un esempio divenuto famoso è l’esperimento condotto da Facebook del 2012, su quasi 700mila persone. Allora i feeds di queste persone vennero manipolati in due modi: rendendoli leggermente più rassicuranti, piacevoli, o leggermente più pessimisti, tristi, meno esaltanti. Scopo, vedere come cambiava l’umore di queste persone. «Hanno scoperto quello che avrebbe detto mia nonna – se ricevi cattive notizie poi ti viene un po’ di tristezza, se ricevi buone notizie ti viene un po’ più di allegria. La cosa grave è che hanno fatto questo senza chiedere a nessuno. Queste manipolazioni avvengono legalmente. Scandalosa non è la manipolazione. Ma che non si pensi che sia grave la manipolazione».