Ancora poche settimane e a Santiago verrà inaugurata la Gran Torre. Un edificio di 303 metri che domina la città, quasi a voler sfidare l’imponenza delle Ande che la circondano. La Gran Torre sarà in concorrenza con un altro grattacielo, di straordinaria suggestione, l’avveniristico Titanium La Portada, 190 metri di acciai e cristalli nel cuore di Sanhattan, crasi di Santiago e Manhattan.

I grattacieli, in tutte le città del mondo, vorrebbero essere l’omologo simbolico dell’innovazione, del dinamismo culturale. Ebbene, Santiago centra quest’obiettivo. E’ stata eletta “la terza città più attraente del mondo dopo Tokyo e Shanghai”, secondo Cnn international. E il magazine del Financial Times l’ha definita “città del futuro” in America Latina.

Il Cile è un Paese macrocefalo, con una testa (la capitale) sproporzionata rispetto al resto del Paese. Più di 6 milioni di abitanti vivono nella capitale Santiago e gli altri 8 sono sparpagliati in un territorio molto esteso, lungo 5mila chilometri.

L’innovazione, il design, la tecnologia proiettano Santiago nel novero delle città più interessanti anche se le periferie della città, pur sicure rispetto alla maggior parte delle città latinoamericane, rimangono emarginate e non beneficiano di alcun effetto di trascinamento.

L’architettura oltre che attraente è “solida”, nell’accezione più rigorosa del termine. Gran parte degli edifici sono costruiti con criteri antisismici che hanno resistito al tremendo terremoto del 27 febbraio 2010, quando una scossa di magnitudo 8,8° della scala  Richter ha investito il sud del Paese.  I  500 morti sono pochi rispetto alla violenza del sisma, ma ciò che ha catalizzato l’attenzione degli osservatori è il binomio ricostruzione/arte.

Humberto Eliash, vicerettore della facoltà di Architettura della Universidad de Chile ha saputo costruire, in sole 3 settimane, una serie di moduli abitativi per centinaia di senzatetto poi trasportati e montati nella città distrutta di Tabul. Il costo dell’operazione è stato di 420mila dollari e l’opera è stata selezionata alla Biennale di Venezia del 2010. E successivamente, in Cina, il progetto ha guadagnato il premio del Pubblico alla Biennale di Architettura di Shenzhen, nell’ambito del tema “emergenza”.

Le startup cilene sono un altro fiore all’occhiello e, a dispetto della minor concentrazione di master e Phd rispetto alla Silicon Valley, quelle del Paese sudamericano hanno il 31% in più di probabilità di monetizzare rispetto ai competitor californiani.

C’è anche un pezzetto di Italia in quest’ambito: Paolo Privitera, veneziano, 37 anni, una laurea in informatica a Ca’Foscari, è il fondatore di Doochoo, una società che proprio in Cile ha vinto il premio per il migliore progetto di innovazione.  L’idea di Privitera è un sistema che effettua sondaggi in rete; in poco tempo ha conquistato clienti del calibro di Toyota e Ikea.

Il premio cileno funziona così: i candidati al premio, gli startupper, vengono ospitati a Santiago per 6 mesi e incassano 40mila dollari ciascuno. Sembra una cifra alta, ma spesso quelle società innovative vengono poi rilevate per decine di milioni di dollari. Ecco perché le parole di Juan Andrés Fontaine, ministro dell’Economia del governo cileno fino al 2010, sono ben più di uno slogan:  «Invece di cambiare il mondo con la rivoluzione lo possiamo cambiare con l’innovazione».

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