Dopo decenni di selezione artificiale, la specie robotica si prepara ad affrontare una nuova tappa della sua evoluzione: il passaggio dei robot dalla sfera della produzione industriale a quella della riproduzione sociale.

I discendenti di Kuka, il braccio robotico che ha rivoluzionato l’industria grazie ad abilità da perfetto operaio, supereranno i confini delle fabbriche, per entrare nelle nostre abitazioni, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di svago. Mentre Kuka diventerà sempre più bravo ad assemblare motori e verniciare automobili, Oro potrebbe aiutarci a far la spesa, Pepper accoglierci nelle sale di attesa, Jibo aiutare i nostri figli a fare i compiti, R1 sbrigare le faccende domestiche e Giraff diventare il migliore amico di una generazione di anziani: la nostra.

Quelli citati sono esempi di robot sociali. Alcuni sono appena nati, come R1, un ”umanoide personale” presentato martedì dall’Istituto italiano di tecnologia di Genova. L’Iit calcola che, entro 12-18 mesi, questo robot pensato per applicazioni in ambito domestico e professionale costerà poche migliaia di euro.

Se R1 è appena arrivato, altri robot sociali sono già tra noi. È il caso di Pepper, prodotto da SoftBank Robotics: in Giappone ne vivono oltre duemila esemplari. La maggior parte di loro fa il commesso. Con ottimi risultati, stando a una ricerca condotta dalle società che lo hanno adottato. Nei negozi Nissan, da quando in reception c’è Pepper, la soddisfazione dei clienti sarebbe cresciuta del 77%, così come le vendite di prodotti Nestlè proposti da Pepper nei supermercati (+15%).

L’evoluzione in corso registra anche lo sforzo, da parte dell’industria robotica “pesante”, di rendere più “socievoli” i robot industriali. Ha destato interesse il sensore di forza S250 presentato a giugno da Epson. Il sensore permette ai robot di percepire forze fino a soli 0,1 Newton in sei direzioni, per assemblaggi di precisione che fino ad oggi richiedevano l’intervento umano. Un robot dotato di questo sensore potrebbe sostituire un artigiano, ma anche darvi la mano con un grado di “leggerezza” paragonabile a quella impressa sul piatto di una bilancia da 10 grammi di farina. Fino a oggi il mercato dei robot sociali è stato dominato da macchine che aspirano e lavano i pavimenti o tagliano l’erba. Ma, secondo i dati del World Robotics 2015, entro il 2018 saranno 9 milioni le unità vendute tra robot di compagina, assistenti personali, automi giocattolo e umanoidi per l’educazione, la ricerca e l’assistenza.

Il robot sociale sarà il prossimo new media che entrerà nelle nostre case. La sua diffusione avrà un impatto simile a quello che ha avuto l’introduzione dei cellulari connessi a internet. Il robot sociale sarà «uno smartphone con le mani», per usare le parole di Giorgio Metta, vicedirettore scientifico dell’Iit di Genova. Un’espressione che coglie un aspetto decisivo, su cui si stanno interrogando gli studiosi di robotica sociale.

Jane Vincent, ricercatrice al dipartimento media e comunicazione della London School of Economics, intervenendo al workshop “Social robotics: main trends and perspectives in Europe” organizzato dall’Università di Udine – l’ateneo dal 2001 fa ricerca sulla robotica a tutto campo: non solo a livello meccatronico ma anche a livello sociale – ha spiegato: «La combinazione di uno smartphone e del suo utilizzatore umano è già un robot sociale. L’umano diventa un robot sociale perché connette emozioni, pensieri e bisogni con questo dispositivo tecnologico. E attraverso di esso con familiari e amici». Allora, tanto più il robot sarà “uno smartphone con le mani”, tanto più il nostro atteggiamento nei suoi confronti è destinato a mutare. «Cambierà il paradigma di accettazione e usabilità delle tecnologie – spiega Filippo Cavallo, ricercatore alla Scuola Sant’Anna di Pisa, centro d’eccellenza per la robotica italiana –. Il robot dovrà sì saper fare azioni e lavori materiali di chiara utilità per gli esseri umani, ma perché sia accettato dalle persone sarà prima di tutto fondamentale che esso sia in grado di atteggiarsi con regole sociali». Questo varrà per l’auto a guida autonoma, ma anche per l’umanoide che legge le emozioni e diventa una piattaforma per applicazioni pensate da una nuova generazione di sviluppatori, capaci di dare un carattere unico al nostro robot.

«I robot sociali medieranno anche i nostri rapporti con le altre persone», aggiunge Joachim Hoeflich, professore di comunicazione e studi sui media all’Università di Erfurt, che si domanda: «Come si comporteranno tra loro i vari membri della famiglia, in presenza di un robot in casa?».

Dopo decenni di selezione artificiale, siamo alla vigilia di un processo di robotizzazione dell’esistente destinato a cambiare anche la specie più intelligente che lo ha innescato.