Sono già diversi anni che si parla, a livello puramente teorico, di “terraforming”; ossia la possibilità – basata su tecnologie futuribili ancora tutte da sviluppare – di modificare la superficie di alcuni pianeti del Sistema solare, rendendoli adatti alla colonizzazione umana. E, a quanto pare, si tratta di un tema affrontato di recente anche nel corso di un colloquio tra Elon Musk e Craig Venter, un incontro durante il quale Musk ha dimostrato interesse proprio per il dispositivo per il teletrasporto biologico che Venter sta sviluppando.

Elon Musk, celebre imprenditore canadese (è uno dei fondatori di Paypal), è diventato molto noto anche per lunga serie di progetti futuribili su cui sta lavorando da diverso tempo: tra di essi ricordiamo Space X, che mira a ridurre il costo del volo umano nello spazio e arrivare fino a Marte; l’Hyperloop, un sistema di trasporto ad altissima velocità basato su un sistema di tubi sigillati all’interno dei quali i passeggeri possono viaggiare in capsule senza che vi sia una significativa forza d’attrito (come quella esercitata dall’aria); Neuralink, una compagnia che punta alla creazione di interfacce cervello-computer impiantabili.

A coniare il termine “terraforming” è stato, molti anni fa, il noto – e prolifico – autore di fantascienza americano Jack Williamson. Di quest’idea si sono innamorati subito diversi scienziati, a partire da Carl Sagan, che già 1961 propose un piano per terraformare Venere, basato su una specie di alghe che, una volta sparse nella densa, calda e (per noi) tossica atmosfera venusiana, avrebbero convertito acqua, azoto e biossido di carbonio in composti organici, ponendo fine all’effetto serra che piaga quel pianeta (e che gli conferisce una temperatura di superficie di 460 gradi centigradi). Analisi e scoperte successive relative alla natura dell’atmosfera venusiana hanno confutato la realizzabilità del piano di Sagan, ma oramai la sfida era stata lanciata.

Nel 1979 James Oberg, ingegnere della Nasa, organizzò il primo di una serie di colloqui sul terraforming, pubblicando poi nel 1981 anche un libro sul tema, “New Earths”.  Anche il biofisico Robert Haynes ha proposto più di recente una sua procedura di terraforming, da lui battezzata “ecopoiesi” (ossia creazione di un ecosistema). In buona sostanza il terraforming consiste in una serie di procedure futuribili che comincerebbero con la semina di batteri di vario tipo sul pianeta che vogliamo terraformare, in modo da modificarne lentamente ma in modo permanente la superficie, e continuerebbero poi con tutta un’altra serie di metodologie sui cui i dettagli nel corso degli anni scienziati e scrittori di fantascienza si sono sbizzarriti.

Il pianeta più gettonato è Marte, anche se per i “terraformatori” del presente, come Musk, e per quelli del futuro remoto (visto che il processo di terraforming potrebbe durare secoli) i problemi non mancano. Nel lontano passato Marte possedeva a quanto pare un ambiente più simile alla Terra, con un’atmosfera più densa e acqua liquida, poi nel corso di centinaia di milioni di anni tutto ciò – per ragioni non perfettamente chiare – è andato perso. Una delle ipotesi incolpa l’assenza di un campo magnetico marziano globale – il nucleo terrestre, ferroso, liquido e molto caldo, produce un campo magnetico globale che mitiga gli effetti dei raggi cosmici, mentre quello del Pianeta Rosso, andato incontro a un progressivo raffreddamento, riesce a schermare non più del 40% della superficie planetaria. È quindi possibile che il vento solare abbia lentamente strappato via l’atmosfera marziana. Insomma, nonostante i buoni propositi, rimettere Marte “in carreggiata” non sembra un’impresa facile.

L’idea di Musk e Venter sarebbe appunto quella di usare il convertitore biologico digitale (Dbc) per trasmettere su Marte batteri estremofili (quindi non semplici virus, ma creature unicellulari intere), organismi terrestri capaci di sopravvivere negli ambienti più estremi, come – dal nostro punto di vista – quelli marziani. Tutto ciò allo scopo di iniziare a seminare la vita sul Pianeta Rosso, in attesa di imparare a modificarne la temperatura e l’atmosfera (magari tramite batteri opportunamente ingegnerizzati). Il Dbc di Venter ha suscitato anche l’interesse della Nasa – si pensi alla possibilità di scoprire una forma di vita sul Pianeta Rosso e di “teletrasportarla” sulla Terra a scopo di studio. Non sappiamo se il terraforming diventerà mai una realtà, ma siamo relativamente più sicuri che, con a disposizione un Dbc capace di sintetizzare proteine, Mark Watney (il protagonista di “The Martian”, interpretato da Matt Damon), non rischierebbe di certo di morire di fame.