La crisi del comparto editoriale viene troppo spesso analizzata come fosse soltanto una questione imprenditoriale. Le soluzioni proposte, quindi, tengono conto quasi esclusivamente dei margini sulle vendite. Moltissimi, però, purtroppo, sono i fallimenti di vecchie e nuove iniziative; altrettante, quindi, le prove di colpevolezza per l’impresa: i modelli di business evidentemente non funzionano. Non sempre almeno, non come prima.

E se si provasse a guardare le cose da una nuova prospettiva? Un punto di vista diverso è sicuramente quello in cui, superando l’intento propagandistico del trito e ritrito “people first”, viene messo davvero al centro dell’analisi il lettore-cittadino e il giornalista-cittadino anche lui! – riconoscendo, se non addirittura imponendo, a quest’ultimo un ruolo di guida alla conoscenza per una cittadinanza responsabile, fatta di scelte consapevoli, nei campi decisivi per il benessere di ciascun individuo nella società e per la società.

Quella della conoscenza come base del benessere è una questione antica: già Maslow, infatti, più di mezzo secolo fa, faceva della conoscenza uno degli elementi costitutivi le fondamenta della sua piramide dei bisogni.

La prima domanda da porsi a questo punto è: conoscenza si, ma di cosa? Quali sono, ad esempio, gli argomenti che conducono a una cittadinanza responsabile, al benessere? Quelli interessanti o quelli importanti? Quelli che fanno vendere (solo) spazi pubblicitari o quelli che mettono (anche) di fronte a un fatto che è “necessario sapere”? E poi: in che modo generare conoscenza? Come dare senso ai fatti? Prendendo i lettori per mano per condurli a conclusioni preconfezionate e rassicuranti o rendendoli consapevoli e indipendenti nella scelta della parte dalla quale stare? Ridurre tutto a un “Si o No” o affrontare l’incertezza contemplando la complessità?
Proseguendo oltre, entrando in aspetti più strettamente tecnologici: come facilitare il lettore? Un primo, lacerante, dilemma è: insistere sulla carta o decretarne definitivamente la fine? Non è detto che la questione sia posta bene ma, prescindendo dal non secondario aspetto del costo del supporto, è innegabile che le piattaforme digitali costituiscono uno straordinario strumento in grado, se si pensa alle versioni online, di portare senso ai fatti in un modo che, con la carta, non è stato mai nemmeno pensabile. Le piattaforme digitali, oltretutto riescono a garantire una organizzazione e una correlazione di dati e informazioni mai possibili prima e, cosa ancora più importante, abilitano, ma solo se opportunamente programmate, la fruizione anche per lettori con disabilità.

In questo scenario amplificato il giornalista e, per suo tramite, l’imprenditore editoriale, non possono non svolgere un compito sociale. Non si può, infatti, ignorare il  ruolo rilevante che essi hanno nelle relazioni stimolate dal fatto che si decide di raccontare e nelle dinamiche che poi, a quel fatto, attribuiscono un senso; in un processo –  bidirezionale e iterativo nelle declinazioni digitali  – che evidentemente favorisce lo scambio di capitale sociale e consolida rapporti di fiducia tra tutti gli attori coinvolti: lettori e giornalisti.

Diventa però realmente cruciale cosa raccontare e come: raccontare ciò che interessa o ciò che è importante; utilizzare un sistema di link che costringe o meno il lettore a rimanere sempre nello stesso sito; rendere oppure no ogni lettore consapevole e autonomo nella posizione da tenere: sono tutte scelte – non le uniche da fare, per la verità – che riguardano la qualità del fatto che si racconta (del contenuto, per usare un gergo più vicino alle piattaforme online di distribuzione e condivisione). Da tali scelte dipende la grana del capitale sociale scambiato quando se ne discute.

Se si ammette questa nuova prospettiva, perché non fare del capitale sociale una possibile unità di misura della qualità del contenuto, del valore del lavoro giornalistico che l’ha prodotto e dell’utilità del contributo dato dal lettore?

Per tornare ai modelli di business, per non voler proprio dire della necessità di invertirne completamente il paradigma, perché non pensare a come integrare in essi la conversione in denaro di questo capitale sociale, non soltanto – quindi – per pagare il lavoro del giornalista ma anche per ricompensare l’interesse del lettore?

E’ una frontiera nuova ma forse la soluzione per uscire da questa impasse passa anche da qui.