Secondo Monocle è fra i venti migliori speaker al mondo. I suoi interventi su Ted Talk sono fra i più seguiti in assoluto. Su un palco è in grado di parlare di innovazione per ore senza annoiare. Rachel Botsman è considerata a tutti gli effetti un guru. Il libro che l’ha resa celebre è “Il consumo collaborativo. Ovvero quello che è mio è anche tuo” appena portato in Italia da Franco Angeli Editore. Un testo che parla dell’economia emergente (la sharing economy) e di come il futuro delle aziende sia segnato. “Di chi possiamo fidarci” è invece il suo secondo libro. È appena uscito e in Italia è edito da Hoepli. Si tratta di un manuale sulla capacità del digitale di unire, ma anche di dividere.

Abbiamo intercettato Rachel Botsman a Milano, durante l’ultimo World Business Forum. E proprio in virtù del suo ultimo libro, le abbiamo chiesto di chi possiamo fidarci. «Prima avevamo fiducia negli esseri umani. Dovevamo decidere se un essere umano era degno della nostra fiducia. Adesso la tecnologia ci permette di avere fiducia in persone che noi non conosciamo. Ma non soltanto. Oggi l’essere umano viene in parte rimosso da questo processo, e spesso diamo fiducia ai bot che sempre più spesso ci sembrano esseri umani». Qualcosa di simile succede sulle piattaforme per appuntamenti di coppia. «Oggi siamo in grado di combinare appuntamenti attraverso delle applicazioni. E quando ci incontriamo, abbiamo come la sensazione di conoscere da sempre quella persona che magari non avevamo mai visto. C’è un esempio che mi ha molto colpito: una giovane donna si è innamorata di un bot, perché questo bot era così bravo, nel mondo virtuale delle app, a fare la parte del fidanzato. Con questo voglio dire che la tecnologia, se da una parte ci può dividere, ci può anche unire. Dobbiamo semplicemente decidere, adesso, quanta fiducia riponiamo nella tecnologia».

Il nuovo step è capire se c’è un limite alla fiducia. La Botsman crede di no: «Non ci sono effettivamente limiti. La fiducia è un qualcosa che viene data molto rapidamente, in questo nuovo sistema. La tecnologia ha automatizzato questo processo di dare fiducia. Ed è quello che succede, per esempio, con le fake news. Si arriva al punto di condividere le notizie senza neanche più chiedersi se siano vere o false, perché riponiamo fiducia nelle piattaforme. O probabilmente vogliamo anche qualcuno a cui dare la colpa».

Altro capitolo, la robotica e la minaccia dell’automazione per l’occupazione. Rachel Botsman non ha mezze misure: «Il 45% degli attuali posti di lavoro potrebbe essere automatizzato nel futuro. E questo è uno dei rischi più grossi che intravediamo per l’economia. Perché allo stesso tempo non stiamo cambiando i programmi di istruzione, non diamo la formazione alle persone per permettere loro di affrontare il futuro in modo cosciente. Che cosa faremo? Con che cosa sostituiremo tutti questi posti di lavoro che scompariranno? Stiamo parlando di un impatto che riguarda un po’ tutti i settori: non soltanto le automobili, ma anche i camion, i veicoli aziendali utilizzati per spostare la merce nei magazzini. Se non ci occupiamo di formare la gente in questo senso, ci si troverà davanti a un problema enorme. E non è solo un fatto di persone con scarsa istruzione, qui siamo davanti a un problema che riguarda anche le persone con alti livelli di istruzione. Penso ai giovani avvocati, che fanno ricerca legale. Il loro lavoro scomparirà. Non è un fatto di “i robot si impadroniranno del mondo”, ma è un cambiamento notevole sul quale bisognerebbe riflettere».

La soluzione può essere la sharing economy? Secondo la Botsman no. «La sharing economy non può contrastare l’avanzata dei robot e la perdita di posti di lavoro. Ci sono oltre 40mila persone, solo nel Regno Unito, che lavorano per Uber e usano la loro auto per guadagnare con piattaforme basate sull’economia della condivisione. Ma in cinque anni non ci sarà più bisogno di qualcuno che guidi la macchina. Dunque: le persone sono necessarie. Ma fino a quando lo saranno? Persino una società come Ikea, ormai, potrebbe far montare i suoi mobili a robot».

Infine un passaggio su blockchain e l’impatto sul futuro. «Penso che la blockchain possa essere un cambiamento molto positivo, in quanto conferisce potere agli esseri umani. Esistono due tipi di blockchain: quello privato e quello pubblico. Il primo ha a che fare, per esempio, con le banche e ha come scopo quello di elevare il livello di efficienza. In una decina d’anni saremo in grado di trasferire il valore da una persona a un’altra senza avere intermediari. Ed è proprio questa l’innovazione: saremo in grado di dare fiducia ad un altro essere umano senza la necessità di intermediari».