Che cosa trasforma delle persone comuni in spietati assassini? Questa variante del comportamento umano, incomprensibile per una società civile, è un fenomeno ricorrente nel corso della storia. Settant’anni fa ci siamo fatti la stessa domanda sulle guardie dei campi di concentramento.

Dopo la seconda guerra mondiale il comportamento delle guardie dei campi di concentramento nazisti è infatti diventato oggetto di studio delle neuroscienze. Già allora gli studiosi si sono divisi: alcuni li hanno catalogati come carnefici volontari guidati dall’ideologia, per altri si trattava di persone che ubbidivano stupidamente agli ordini. Il dibattito si è poi riacceso a metà degli anni 90, sulla scia del genocidio ruandese e il massacro di Srebrenica in Bosnia. Nel 1997, una tra le riviste scientifiche di riferimento The Lancet pubblica un editoriale sottolineando che nessuna ricerca scientifica ha mai associato il male alla biologia.

A raccogliere questa sfida è il neurochirurgo Itzhak Fried, dell’Università della California, con un articolo in cui sostiene che la trasformazione di individui non violenti in assassini seriali è caratterizzato da una serie di sintomi che definiscono una condizione comune, che chiama Sindrome E (dove E sta per evil). I 7 sintomi del male che gli assassini di massa condividono sono: violenza ossessiva compulsiva, credenze ossessive, rapida desensibilizzazione alla violenza, stato emotivo piatto, separazione tra violenza e attività quotidiane, obbedienza all’autorità, senso di appartenenza al gruppo come qualcosa di virtuoso. Fried suggerisce che questo sia il risultato di una “frattura cognitiva” che si verifica quando una regione cerebrale superiore, la corteccia prefrontale, coinvolta nel pensiero razionale e nel processo decisionale, smette di prestare attenzione ai segnali provenienti dalle regioni più primitive, l’amigdala, e va “fuori giri”.

Si suppone quindi che la sindrome E sia un prodotto dello sviluppo neocorticale piuttosto che la manifestazione di un disinibito cervello primitivo. Il riconoscimento precoce dei sintomi e dei segni potrebbe portare alla prevenzione attraverso l’educazione e l’isolamento degli individui affetti. Nel ’79 si trattava di una teoria in cerca di prove scientifiche. Nel frattempo le neuroscienze hanno fatto molta strada e, coincidenza ha voluto, che proprio ad aprile di quest’anno a Parigi  il tema sia stato al centro di una conferenza multidisciplinare (che ha coinvolto neuroscienziati, sociologi, studiosi di politica e diritto) ,  organizzata dallo stesso Fried e promossa dalla Scuola di studi superiori in scienze sociali. Obiettivo: comprendere il processo decisionale alla base delle stragi, cioè i meccanismi cerebrali alla base di questi estremismi comportamentali.

Ma classificare il “male” come una malattia è piuttosto controverso. Gli scienziati, anche in questo caso, si dividono tra chi punta il dito sui nostri istinti animali, cioè sulle aree più primitive del cervello, che prenderebbero il sopravvento sulla controparte razionale, mentre per altri, come Fried,  è colpa del cervello evoluto che si spinge troppo oltre.

All’École normale supérieure di Parigi, Etienne Koechlin ha eseguito dei test su alcuni volontari, scannerizzando il loro cervello quando dovevano obbedire alle regole in conflitto con le loro preferenze (se avessero disubbidito avrebbero ottenuto una gratificazione fiananziaria). Nelle scansioni cerebrali si sono illuminate le regioni laterali e mediali della corteccia prefrontale: la prima è nota per essere sensibile alle regole; il secondo riceve informazioni dal sistema limbico, area antica del cervello che elabora gli stati emotivi ed è sensibile alle preferenze innate. Per Koechlin i suoi risultati dimostrano che “le regole non cambiano i valori, ma solo i comportamenti” e sostiene che è normale, e non patologico, che il cervello superiore ignori i segnali che provengono dalle aree primitive. Se l’idea di Fried è corretta, è questo il processo che va “fuori giri” nella sindrome E. E aggiunge che le persone che uccidono sperimentano una reazione viscerale la prima volta, ma si desensibilizzano rapidamente. E l’istinto primario di non causare danni al prossimo può essere facilmente superato quando si eseguono degli ordini.

Patrick Haggard, dell’University College di Londra, ha utilizzato scansioni cerebrali per dimostrare che questo è sufficiente per farci sentire meno responsabili delle nostre azioni. “C’è qualcosa nell’essere costretto che
produce una diversa esperienza dell’agire – dice – come se le persone prendessero le distanze dell’evento spiacevole che stanno causando”.

Tuttavia, ciò che colpisce è il fatto che in molti resoconti di uccisioni di massa, sia contemporanei sia storici, gli autori spesso scelgono di uccidere, anche quando non è un ordine, come racconta nel suo libro “Uomini comuni” Christopher Browning, che definisce gli assassini killer “routinizati” : come se una volta che avevano deciso di uccidere, il fatto rapidamente diventava un’abitudine.

E le abitudini sono da tempo considerati comportamenti semiautomatici, nelle quali il cervello superiore non è coinvolto. Ma secondo la neuroscienziata Ann Graybiel, del Mit di Boston, che studia le persone con disturbi psichiatrici comuni, come la dipendenza e la depressione, “la vecchia idea che il cervello cognitivo non è coinvolto nel comportamento abituale è falsa” e questo fa sperare che si possano trattare le persone con abitudini disadattive come i disturbi ossessivi-compulsivi.

Su questo fronte però entra in causa l’antropologo Scott Atran, della University of Michigan, che all’inizio di quest’anno di fronte al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha parlato della sua ricerca sulla violenza motivata dall’ideologia e oppone l’idea di “medicalizzare” il male. E aggiunge che la ricerca futura dovrebbe concentrarsi meno sul perché le persone decidono di compiere atti estremi, e di più su ciò che li attira ad unirsi a organizzazioni estremiste. Parlando alle Nazioni Unite,
Atran ha detto che i giovani hanno bisogno di un sogno. Gli appelli alla moderazione non saranno mai attraenti per i “giovani, che sono attratti dall’avventura e dalla gloria”.