Nell’ultimo anno, la situazione del mercato del lavoro è notevolmente migliorata nella maggior parte dei Paesi Ocse. Per la fine del 2017, il tasso d’occupazione dell’area Ocse dovrebbe aver ritrovato il suo livello pre-crisi, anche se in diversi paesi, tra cui l’Italia, questo obbiettivo sarà raggiungibile solo negli anni successivi se sostenuto dalla ripresa economica.
Se la crisi finanziaria del 2008-09 è alla base della lunga e profonda crisi del lavoro, essa trova le sue radici anche in tre fattori strutturali di medio e lungo periodo: i cambiamenti demografici, la globalizzazione e, soprattutto, la rivoluzione digitale. Quest’ultima in particolare, attraverso la disponibilità di computer sempre più potenti, intelligenza artificiale, big data, internet delle cose e piattaforme di lavoro cooperativo, sta radicalmente trasformando le dinamiche tradizionali del mercato del lavoro, e con esse il rapporto tra chi domanda e chi offre lavoro, così come il dove e il come.

Dalla rivoluzione industriale in poi le principali innovazioni hanno certo portato al declino di alcuni settori, con conseguenti perdite di posti di lavoro, ma hanno sempre anche favorito la creazione di lavori più produttivi e (spesso) di maggior qualità in settori in espansione, con un miglioramento sostanziale degli standard di vita. Sarà diverso questa volta? Potrebbe la “seconda età della macchina”, o la 4a rivoluzione industriale, provocare la scomparsa non solo dei lavori meno produttivi, ma avere un impatto ben più profondo sull’occupazione. Secondo alcuni ricercatori, come Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, la rivoluzione digitale segue una traiettoria esponenziale con una tendenza sostenuta a sostituire il capitale umano anche in compiti ad alta specializzazione.

Lo spettro della disoccupazione tecnologica evocato da Keynes nei primi anni 30 è recentemente riemerso con forza. Un rapporto di due ricercatori, Benedikt Frey and Michael Osborne, analizza in dettaglio le mansioni svolte nelle varie professioni negli Stati Uniti e identifica quelle che, in un orizzonte di medio periodo – 10-20 anni -, potranno essere completamente automatizzate. I risultati sono sconcertanti: circa il 47% dei posti di lavoro sarebbe a rischio di automazione perché più del 70% delle mansioni che li caratterizzano potranno essere svolte da macchine. Più ottimista l’analisi dell’Ocse che in un recente studio che utilizza i dati dell’inchiesta sulle competenze degli adulti, trova che all’interno di una data professione i lavoratori svolgono attività molto diverse; tenendo conto di ciò lo studio stima che i lavori a rischio siano piuttosto il 9-10% del totale. L’Ocse sottolinea anche che, per un altro 25%, tra il 50 e il 70% delle mansioni potranno essere automatizzate. Questi lavori non sono a rischio di estinzione, ma cambieranno in maniera profonda.

A questi effetti diretti dell’automazione occorre aggiungere gli effetti indiretti. Enrico Moretti stima che per ogni posto di lavoro creato dall’industria hi-tech, ci sono cinque posti in più, di natura complementare, che si aggiungono nel settore dei servizi.

Una cosa è certa: i cambiamenti nella struttura occupazionale saranno rilevanti e, se lo spettro di una disoccupazione tecnologica di massa può essere scongiurato, quello di un ulteriore aumento delle disuguaglianze sul mercato del lavoro è più concreto. Già durante gli ultimi due decenni, il progresso tecnologico è risultato in una polarizzazione del tutto nuova della domanda di lavoro. Ai due estremi ci sono le attività non ripetitive, sia di competenza elevata che di bassa competenza, come i servizi di ristorazione e la sicurezza. E questo perché i lavori basati su sequenze ripetitive, e che in genere richiedono competenze medie, sono più facilmente automatizzabili.

Una delle scommesse principali per affrontare questa sfida è di adeguare le competenze dei lavoratori alle nuove attività che saranno richieste nell’economia digitale. È una scommessa di larghe proporzioni: l’inchiesta dell’Ocse sulle competenze ci dice che circa il 50% degli adulti ha competenze digitali estremamente ridotte, se non inesistenti. Se quindi occorre adeguare i percorsi formativi dei giovani per assicurare competenze di base solide, ma anche competenze digitali e relazionali – le cosiddette soft skills – sarà anche necessario offrire opportunità di formazione continua per i lavoratori sul mercato del lavoro. E anche qui l’inchiesta identifica una criticità. La formazione professionale per i lavoratori tende ad ampliare le disparità: i lavoratori più qualificati nei paesi Ocse hanno una probabilità tre volte superiore a quelli a bassa qualifica di partecipare a programmi formativi (in Italia dal 57% al 14%).

La rivoluzione digitale sta anche cambiando, non solo il “cosa” ma anche il “come” si lavora. Si può godere di una più grande flessibilità e approfittare, in molti casi, dei vantaggi del telelavoro e di attività freelancing. Ed è proprio questo che ha permesso il fiorire dell’economia “gig”, “on-demand”, “sharing”, “peer-to-peer” o le piattaforme collaborative. Sebbene ancora su piccola scala, lo sviluppo di queste piattaforme solleva questioni importanti quali i diritti dei lavoratori che offrono i loro servizi, il loro accesso alla protezione sociale e mettono in discussione i principi fondamentali delle politiche del lavoro, dal salario minimo, agli orari di lavoro statutari ai sussidi di disoccupazione.

Con i vincoli fiscali di oggi, riforme del mercato del lavoro efficaci e ben mirate sono necessari più che mai. I regimi fiscali e previdenziali devono evolversi per proteggere coloro che restano fuori dal cambiamento, mentre i regimi di protezione sociale devono riflettere le nuove forme di lavoro, quali la consulenza, i contratti freelance e altri contratti che non rientrano nei rapporti tradizionali dipendente-azienda.