Piena occupazione. A sei mesi dal termine del percorso formativo il 100% degli studenti ha un lavoro, uno su tre è già assunto da un’azienda prima ancora di terminare gli studi.

I numeri sono ridotti, poche decine di studenti, ma il successo del master in Meccatronica organizzato dalla Liuc di Castellanza è una “spia” di uno schema più ampio.
Perché è proprio qui, in fondo, nell’unione tra capacità meccaniche e competenze elettroniche, che si concentra uno dei settori più promettenti per l’economia italiana. Si tratta a ben vedere di una delle basi di partenza certe su cui innestare i percorsi di innovazione 4.0, dove quasi sempre la digitalizzazione dei processi e le nuove funzionalità dei prodotti (ad esempio grazie all’internet delle cose) necessitano di un connubio tra hardware e software, acciaio e bit.

Macchine di test che verificano telefonini e gadget elettronici, trattori che dialogano in tempo reale con i satelliti per valutare lo stato dei terreni, telai che migliorano l’efficienza abbattendo le “rotture” nei filati, postazioni di assemblaggio collegate via tablet con controllo di produzione e ufficio acquisti, manutenzione degli impianti innescata da una sensoristica evoluta, controllo remoto del funzionamento di macchinari venduti dall’altra parte del globo sono solo alcuni esempi tra una serie sterminata di applicazioni.

Perimetro dunque difficilmente definibile, perché frutto di un’ibridazione tra settori produttivi “standard”, con ambiti di applicazione che vanno dalla robotica industriale all’agrimeccatronica; dalla domotica alla mobilità sostenibile; dai macchinari al biomedicale.

Un metodo possibile di analisi, applicato dal centro studi Antares per Unindustria Reggio Emilia, uno dei perni della meccatronica italiana, opera su due fasi: in primo luogo individuando un insieme di appartenenza sulla base di settori con alta probabilità di ospitare imprese meccatroniche, per poi definire un secondo insieme che individua il cuore del comparto nazionale sulla base di caratteristiche di struttura d’impresa e produttività che contraddistinguono la meccatronica dal comparto meccanico in generale. Il settore viene così stimato in Italia “forte” di 72mila imprese, pari all’1,4% del totale Italia, al 5,3% in termini di addetti. Il settore auto è cruciale nel definire le medie in termini di numerosità degli addetti, che infatti sono pari a 22 per azienda in Piemonte, prima regione in assoluto, mentre la Basilicata (dove Fca è presente con il sito di Melfi) è al terzo posto con poco più di 20 addetti per impresa.

In generale si tratta di aziende che esportano 154 miliardi di euro, con un tasso di crescita delle vendite oltreconfine che nelle regioni del Nord è doppio (+4% medio annuo tra 2013 e 2015) rispetto all’export totale. In tre anni in queste regioni l’export meccatronico ha rappresentato il 59% dell’aumento del valore esportato complessivo.
Limitando l’analisi alle realtà più strutturate, tenendo conto cioè delle sole società di capitale, Antares stima un universo di aziende meccatroniche a poco più di 23mila unità (al netto di servizi di progettazione e di ingegneria), perimetro che viene definito come il «cuore» della meccatronica tricolore.
«In quest’ambito – spiega Lorenzo Ciapetti, direttore del centro studi Antares – troviamo aziende ad alta produttività e con elevate capacità di export, ci troviamo senz’altro davanti alla punta di diamante della manifattura e della meccanica italiana».

Un comparto che occupa 713mila addetti, in grado di sviluppare poco meno di 200 miliardi di fatturato con 50 miliardi di valore aggiunto e una produttività media (valore aggiunto per addetti) che sfiora quota 70mila euro.

I settori di riferimento sono numerosi: da computer e tlc agli autoveicoli; dagli strumenti e attrezzature mediche agli apparati elettrici. Anche se il cuore del comparto, con il 56% delle imprese a livello italiano, è rappresentato dall’area dei macchinari e delle apparecchiature.

In termini geografici le regioni di riferimento sono Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, tre aree che insieme valgono quasi il 60% del valore aggiunto e dell’occupazione del comparto. Tenendo conto delle sole imprese di capitale l’impatto del fatturato della meccatronica è pesante anche in termini relativi, pari al 31% del Pil del Piemonte, il 19% in Emilia-Romagna, poco meno in Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto. «Come accade per numerosi altri comparti – aggiunge Ciapetti – anche nel caso della meccatronica la diffusione non è affatto omogenea sul territorio, con una netta preponderanza delle regioni del Nord. L’elettronica, in generale, non è tra i punti di forza del nostro sistema ma quello che notiamo è la presenza di una elevata capacità combinatoria interna alle aziende. L’unione creativa di meccanica, Ict ed elettronica attraverso il know-how aziendale è uno dei punt i chiave del comparto, direi il principale valore distintivo di queste imprese».