Banca è sostantivo singolare, femminile. Singolare, nel senso di diverso e differenziante. Femminile: ovvero accogliente, responsabile, sociale, generativo. E poiché anche Facebook ha ormai chiesto una licenza bancaria, essere banca è diventato un predicato, ovvero ciò che si può dire di molti diversi soggetti.
Non basta più, quindi, parlare dell’innovazione “nella banca”, ma è necessario studiare l’innovazione “della banca”. Per farlo è opportuno superare una concezione ristretta del banking, che lo vede rigidamente suddiviso per canali e per livelli: nel livello di front-end, superando la divisione tra il canale fisico e quello digitale; nel livello di back-end, rivedendo la concezione a silos che vede le fabbriche di prodotto separate dai processi di valutazione del rischio o di compliance regolatoria.
La nuova banca, al contrario, è un’organizzazione sempre più integrata e pervasiva, che attraverso l’ubiquità dei processi digitali coglie opportunità di banking – a monte, nei processi economici e non solo a valle, nei clienti – non altrimenti raggiungibili a condizioni efficienti.
Il vaso di Pandora
dell’Unione bancaria
Per le banche tradizionali, oggi, la scelta è semplice e drammatica, ed è tra l’innovazione difficile e il declino certo. L’Unione bancaria europea in costruzione è un vaso di Pandora che, una volta scoperchiato, non lascerà scampo a banche dal modello organizzativo approssimativo. Troppo forte la competizione e troppo stringenti – e costosi – i requisiti regolatori.
Il 2014, con l’avvio del calendario dell’Unione bancaria, la progressiva applicazione della supervisione centralizzata e del principio del bail-in per la risoluzione delle crisi, rappresenta il 1492 del “nuovo mondo” del banking.
Con costi di compliance e requisiti patrimoniali così elevati, il processo di consolidamento sarà brutale: delle migliaia di banche oggi attive in Europa (oltre 700 solo in Italia), sopravviveranno solo una manciata. Non dovesse bastare l’azione della Bce, ci penserà l’evoluzione della tecnologia.
Internet non solo ha ridotto le asimmetrie informative (si pensi al mercato dei mutui online) ma anche quelle organizzative: con clienti sempre più in grado di effettuare non solo operazioni transazionali, ma anche di coordinarsi a basso costo tramite i social network e di effettuare scambi finanziari orizzontali diretti, fare banking è sempre meno un’attività monopolio delle banche tradizionali e sempre più un territorio di processi contendibili da nuovi attori, che vengono da altri settori meno regolamentati, più efficienti e globalizzati.
A determinare il brutale processo di concentrazione dei prossimi anni, oltre alle tecnologie e ai crescenti costi di compliance regolatoria, contribuirà anche l’ineludibile processo di evoluzione informativa sulla valutazione del rischio, specialmente nell’ambito del credito a famiglie e Pmi, che presenta forti economie di scala di tipo statistico, e quindi verrà dominato da chi saprà fare uso efficace dei big data.
Tanti modelli di banking
Da questi trend inevitabili nasceranno nuovi modelli di banking e quindi nuove banche. Vediamo quali potranno essere gli idealtipi di banca del futuro. Il primo è quello di platform bank: standardizzata, interoperabile, basata su sintassi inclusiva e aperta, dove si intersecano diversi linguaggi, da quello finanziario a quello relazionale, dai flussi di comunicazione delle communities alle news. Una banca-piattaforma non è organizzata per canali o segmenti di mercato. Al contrario offre, in logica wholesale, servizi di banking anche a terze parti. Questo consentirà un’importante evoluzione verso il banking low cost o addirittura a costo zero, grazie al sussidio incrociato con altri servizi, anche per soggetti a bassa patrimonializzazione, come giovani, minoranze o stranieri. Le grandi reti sociali, come Google o Facebook, sono le prime a cogliere questa opportunità.
La banca piattaforma può assumere anche la variante della cosiddetta embedded bank: un modello di banca che propone servizi finanziari incapsulati nei diversi processi economici. Invece di essere “luogo”, questa banca è presenza processiva, servizio complementare delle attività economiche primarie, dove sperimentare nuove forme di banking mutuate dall’innovazione tecnologica: il context sensitive banking, il time-based banking.
Questa banca non aspetta il cliente in filiale o sul sito, ma si fa trovare pronta, al momento giusto, con la proposta del servizio finanziario più adeguato al contesto e al processo economico di riferimento: un acquisto, una scelta di risparmio o di investimento. Il banking, quindi, non offre una mera lista di prodotti preconfezionati da distribuire in modalità push, ma un catalogo di servizi interoperabili in modo pull, alla stregua di quanto propone Amazon a merchant e clienti con i suoi Web Services su cloud.
Una banca è “popolare”, di fatto e non di ragione sociale, se mette a patrimonio misurabile la relazione con i propri clienti: diventa quindi una dialogue bank, come le migliori aziende editoriali. In questo modello il banking impara ad aumentare, con l’uso intelligente della tecnologia, la frequenza e l’intensità dei momenti di dialogo, e a diventare un “bene esperienza”, che impiega crescenti quantità di tempo e di attenzione, che costituiscono i veri fattori scarsi nell’allocazione del risparmio e del reddito disponibili. Lo hanno capito alcune banche a forte radicamento territoriale, che stanno organizzando marketplace à-la-Groupon, per intercettare valore sia sul lato dei pagamenti sia da quello degli incassi.
Consumer e corporate
Così come eBay ha rappresentato un nuovo modello di marketplace per lo scambio di beni, superando le classificazioni tradizionali di dettaglio e ingrosso, nonché quelle tra scambio tra privati e commercio tra imprese, si sta aprendo la strada anche per una hybrid bank, mix tra banca consumer e banca corporate. Perché il vero cliente del banking, in questo caso, non è un singolo soggetto economico, ma un processo finanziario, che attraversa sia il lato domanda sia il lato offerta di beni e servizi, e quindi collega, per esempio, credito al consumo con finanziamento al circolante del merchant, nella direzione in cui si sta muovendo il servizio Bazak recentemente lanciato da Cartasì.
E questo apre la strada al modello di process bank per le imprese, nel quale l’impiego finanziario non è più basato solo sul merito di credito della singola azienda, ma ai processi di financial supply chain alla quale essa partecipa, portando avanti l’innovativo esempio di garanzie di filiera inaugurato dalla Diesel di Renzo Rosso nei confronti delle banche dei propri fornitori chiave.
La banca si fa social
Nel mercato retail, lo stesso principio verrà applicato dal modello di social bank, che usa meccanismi di garanzie e rischi distribuiti, grazie a criteri di rating prodotti dalle reti sociali, come fa TripAdvisor con ristoranti e alberghi e come ha fatto Zopa nel proporre il matching tra domanda e offerta di credito. La riduzione delle asimmetrie organizzative, infatti, consente agli utenti l’uso di semplici meccanismi di coordinamento che erodono le rendite da intermediazione informativa tra domanda e offerta di denaro: quelle di cui vivevano le banche tradizionali, appunto. Fino ad oggi.