«Maramao perché sei morto, l’insalata era nell’orto…», recitava il testo di una famosa canzoncina in voga negli anni 40: strano ma vero, ultimamente le nostre invivibili e sempre più grigie città vedono la nascita di nuovi orti, cosiddetti “urbani”, che compaiono magari sui tetti di un palazzone dell’Acer nella periferia bolognese e che, nell’intenzione degli autori, le associazioni Horticity e Biodivercity, coadiuvate dal Dipartimento di scienze e tecnologie agroambientali di Bologna (Dista), ispirano nuova socialità e spirito di condivisione a partire dal cibo. In realtà, gli obiettivi sono ancora più ambiziosi, visto che devono cominciare a insegnare alla cittadinanza le nuove tecniche dell’agricoltura idroponica, quella che consente di coltivare più o meno qualsiasi tipo di vegetale “fuori suolo”, cioè in vaschette d’acqua arricchita di sostanze nutritive tipo sali minerali.

La fonte d’ispirazione di questi innovativi esperimenti di orti idroponici sono culture e pratiche agricole provenienti da Paesi in via di sviluppo o con vaste aree depresse, come il Perù e la Birmania, dove l’agricoltura “in bottiglia”, come l’hanno chiamata, è diventata niente meno che un business. Facendo un salto di continente, il discorso non cambia troppo: i progetti legati all’agricoltura idroponica stanno sbocciando dappertutto anche in Paesi ricchi come gli Usa, dove il movimento del Vertical Farming – promosso da un progetto della Columbia University di New York – incita al repentino cambiamento globale, asserendo che, in futuro, le nuove fattorie sorgeranno nel cuore delle megalopoli come New York, in grattacieli specializzati, autonomi energicamente e caratterizzati da un’economia sostenibile al 100%, e in cui ogni piano verrà destinato alla coltivazione di lattuga, pomodori, legumi, ma anche, perché no, all’allevamento di bestiame. Un’utopia? Non sembra, visto che un’ambiziosa green company svedese come la Plantagon, ultimamente ha fatto incetta dei premi più importanti del settore grazie a progetti come la Green House, un grattacielo compatto di 54 metri in costruzione a Linkoping, Svezia, progettato secondo i canoni del PlantaSymbioSystem®, una soluzione integrata urbana per la produzione locale di cibo fresco tramite idroponica, fertilizzanti naturali, recupero e purificazione dell’acqua, produzione di energia (geotermica, eolica/solare e biogas): insieme al “dentro”, Plantagon offre anche il “fuori”, cioè sviluppa e realizza il concept dei nuovi grattacieli-fattoria, scrigni trasparenti dal design avveniristico che stanno cominciando a popolare qualche area urbana in fase di riqualificazione.

«In Italia siamo ancora legati alla cultura della terra, che da noi è molto fertile e da cui deriva la falsa credenza che i cibi prodotti da idroponica siano meno buoni – spiega Giorgio Iaquinto, professore del Dista specializzato in orticoltura fuori suolo – Non è vero, anzi, imparando a gestire al meglio il processo, che è ancora un po’ difficile, agendo sulle sostanze nutritive e sulla salinità dell’acqua è possibile far nascere fragole o pomodori più dolci».
Anche la luce è capace di influenzare crescita e sapore di una coltivazione, continua Iaquinto: «Stiamo facendo esperimenti con i nuovi Led e stiamo osservando che a costi molto bassi, intervenendo sugli spettri luminosi la crescita e il gusto di ortaggi come peperoncini e fragole dà risultati sorprendenti». Inoltre, «con l’idroponica si abbattono i rischi di contaminazione e d’inquinamento, si elimina lo sperpero delle materie prime oltre che dell’acqua, e si rende possibile la vera agricoltura a chilometro zero, quella prodotta nel cuore delle città», chiude Iaquinto. Addirittura anche sottoterra, come dimostra il successo della startup londinese Growing Underground, che ha trasformato un vecchio tunnel usato come rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale nella prima fattoria idroponica sotterranea della città: qui producono deliziose insalatine e altri generi di ortaggi, che vengono poi venduti a ristoranti e supermercati. Alle (rare) obiezioni, i due soci a capo dell’impresa rispondono che il gusto è eccellente, sono sani e costano meno: in due parole, la sostenibilità conviene. Conviene al punto che Chicago ha visto la nascita della prima fattoria verticale in una grande città americana: Farmed here è un progetto nato per recuperare una fabbrica dismessa di tre piani in periferia e trasformarla in un gigantesco orto idroponico specializzato nella produzione di vegetali ad hoc, come il basilico.

Il valore aggiunto del progetto è che ha dato lavoro a molte famiglie, riducendo il peso della microcriminalità che affliggeva l’area. Infine, sintesi ed espressione perfetta del mix attuale tra vecchio e nuovo, è un progetto realizzato a Tokyo, Giappone, dove dei designer all’avanguardia hanno trasformato la sede della Pasona, un’importante azienda di selezione e ricerca di personale, in un multifunzionale esempio di fattoria urbana coltivata secondo i nuovi canoni dell’agricoltura fuori suolo e in parte, secondo quelli tradizionali giapponesi: il risultato è straordinario, l’edificio è stato ricoperto all’esterno da una foresta verticale, mentre all’interno, gli impiegati si mischiano ai contadini urbani che in ogni piano, anche nel basement, coltivano pomodori, fiori e piante varie con Led di ultima generazione, dando vita a un vero ecosistema in cui piante e uomini vivono in simbiosi perfetta.